PQ4803
.64
V
Gabriele d’Annunzio
LA GIOCONDA
TRA ordì a.
Com Iella mortai pami, e non (Varie,
L/TioisrARDO i>A Vinci.
M I L A N 0
fratelli treves, editori
19 05
Undicesimo Migliaio.
THE UBRARY OF THE
UNIVERSITY OF
NORTH CAROLINA
AT CHAPEL HILL
ENDOWED BY THE
DIALECTIC AND PHILANTHROPIC
SOCIETIES
ì
POLSO 3
.GL
1905
This hook is due at thè LOUIS R. WILSON LIBRARY onthe
last date stamped under “Date Due.” If not on hold it may be
renewed by bringing it to thè library.
DATE
DUE
DATE
DUE
* -
1
Il - - - -
1
1 — -
1 - - -
———————
Form No. 513
THE UNIVERSITY OF
NORTH CAROLINA
AT CHAPEL HILL
LIBRARY
PliRCHASEU ON THE
DR. AND MRS.
JOSEPH EZEKIEL POGUE
endowivip:nt fund
LA GIOCONDA
OPERE di GABRIELE D’ANNUNZIO
Romanzi :
Il Piacere . L, 5 —
L’ Innocente . 4 —
Trionfo della Morte . 5 —
Le Vergini delle Rocce . 3 50
IlFuoco . 5 —
Le Novelle della Pescar a . 4 —
Poesie :
Canto novo; Intermezzo . 4 —
L^Isottéo; la Chimera . 4 —
Poema paradisiaco; Odi navali . . 4 —
La Canzone di Garibaldi; La Notte
di Caprera . 1 50
In morte di Giuseppe Verdi. Canzone
preceduta da una Orazione ai giovani . . 1 —
Nel primo centenario della nascita di Vit-
tor Hugo - MDCCCii-MCMii - ode . . . — 50
Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi
Voi, I: Laus Vitaj., Legato in finta pergamena 8 —
— Legato in vera pergamena . 12 —
Voi. II: Elettra - Alcione. Legato in finta
pergamena . 10 —
— Legato in vera pergamena . 14 —
L’Allegoria dell’Autunno . 1 —
Orami:
Francesca da Rimini, tragedia in 5 atti . 7 50
— Legata in pergamena con fregi e nastri. . 12 —
— Edizione economica . 4 —
La Figlia di lorio, tragedia in 3 atti. 4 —
— Legata in pelle, stile Cinquecento. . . .10 —
La Fiaccola sotto il moggio, tragedia. 4 —
— Legata in pelle, stile antico . .10 —
La Città morta, tragedia in 5 atti ... 4 —
La Gioconda, tragedia in 4 atti .... 4 —
La Gloria, tragedia in 5 atti . 4 —
Di prossima pubblicazione:
L a N a V e, tragedia.
I Sogni delle Stagioni
Sogno d’ un mattino di primavera ... 2 —
Sogno d’ in tramonto d’autunno .... 2 —
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Gabriele d’Annunzio
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LA GIOCONDA
TKAGEDIA.
Cosa bella mortai passa, e non d’arte.
Leonardo da Vinci.
MILANO
F K /. T E L L I T R E V E S ,
1905
Undicesimo Mig;
Proprietà letteraria
I diritti di riproduzione e di traduzione sono ri¬
servati per tutti i paesi, non escluso il Regno di
Svezia e di Norvegia.
È assolutamente proibito di rappresentare questo
lavoro senza il consenso scritto dell’autore. (Ay’-
ticolo 14 del Testo unico, 17 settembre 1882).
Tip. Fratelli Treves.
PER ELEONORA DUSE
DALLE BELLE MANI.
✓
.V.
Digitized by thè Internet Archive
in 2020 with funding from
University of North Carolina at Chapel Hill
https://archive.org/details/lagiocondatraged00dann_0
DRAMATIS PERSONAE.
Lucio Settala.
Lorenzo Gaudi.
Cosimo Dalbo.
Silvia Settala.
Francesca Doni.
Gioconda Dianti.
La piccola Beata.
La Sirenetta.
A Firenze e su la marina di Pisa, nel tempo nostro.
d’Annuìhzio, La Gioconda.
1
ATTO PRIMO.
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^irV- v/-' ,1 ' ... , vV- ^.À’vièy. • .'. N .
Una stanza quadrata e calma, ove la disposi¬
zióne di tutte le cose rivela la ricerca di un’ar¬
monia singolare, indica il segreto di una rispon¬
denza profonda tra le linee visibili e la qualità
dell’anima abitatrice che le scelse e le ama. Tutto
intorno sembra ordinato dalle mani di una Grazia,
pensierosa. L’imagine di una vita dolce e raccolta
si genera daU’aspetto del luogo.
Due grandi finestre sono aperte sul giardino
sottostante; pel vano di una si scorge sul campo
sereno del cielo il poggio di San Miniato, e la’
sua chiara basilica, e il Convento, e la chiesa
del Cronaca, “ la Bella Villanella „, il più puro
vaso della semplicità francescana.
Una porta mette nell’ appartamento interno ;
un’altra conduce all’uscita. È il pomeriggio. Per
entrambe le finestre entrano il lume, il fiato 0
la melodia di Aprile
I
6
LA GIOCONDA
SCENA PRIMA.
Appariscono su la soglia della prima porta
Silvia Settala e Lokenzo Caddi il vec¬
chio, avanzandosi l’una a fianco delFaltro, en¬
trando insieme nella freschezza primaverile.
Silvia Settala.
All, sia benedetta la vita! Per
aver sempre tenuta accesa una spe¬
ranza, oggi io posso benedire la vita.
Lorenzo Caddi.
La vita nuova, cara Silvia, buona
creatura coraggiosa, così buona e
ATTO PRIMO, SCENA PRIMA
7
COSÌ forte ! La tempesta è passata.
Ecco che Lucio ritorna a voi, pieno
di riconoscenza e di tenerezza, dopo
tanto male. Sembra cli’egdi rinasca.
Dianzi aveva gli occhi d’un hamhino.
Silvia Settala.
Egdi ritrova tutta la sua bontà,
quando voi gli siete accanto. Quando
vi dice Maestro, la sua voce si fa
così affettuosa che il vostro gran
cuore paterno ne deve palpitare.
Lorenzo Caddi.
Dianzi aveva gli occhi medesimi
che gli vidi quando venne a me la
prima volta e io gli misi la creta
fra le mani. I suoi occhi erano at¬
toniti e dolci ; ma fin da quel tempo
il suo pollice era energico e rivela¬
tore. Conservo il suo primo abbozzo.
8
LA GIOCONDA
Pensai di offrirvelo in dono il giorno
degli sponsali. Ve lo darò per au¬
gurio della nuova felicità.
Silvia Settala.
Grazie, maestro.
/
Lokenzq- Gaddi.
E una testa di donna coronata
di lauro. Mi ricordo : era là una pic¬
cola modella mediocre. Lavorando,
egli la guardava di rado. Talvolta
pareva assorto, e talvolta ansioso.
Gli usci dalle mani una specie di
maschera confusa, in cui s’intrave¬
deva non so qual lineamento eroico.
Rimase per qualche minuto perplesso
e scoraggiato, e quasi vergognoso,
dinanzi alla sua opera, non osando
volgersi a me. Ma subitamente, prima
di tralasciare, con pochi tocchi se¬
gnò intorno alla testa una corona
ATTO PEIMO, SCENA PRIMA 9
di lauro. Quanto mi piacque ! Egli
volle coronare nella creta il suo
sogno inespresso. La fine della sua
giornata fu un atto d’orgoglio e di
fede. Lo amai da quelFistante, per
quella corona. Io vi darò l’abbozzo.
Forse, guardandolo con attenzione,
saprete scoprirvi il volto ardente di
Saffo, quella figura ideale die qual¬
che anno dopo egli seppe condurre
alla perfezione di un capolavoro.
Silvia Settala, che ascolta avidamente.
Sedete, sedete, maestro ; rimanete
ancora un poco: vi prego ! Sedete
qui, accanto alia finestra. Rimanete
ancora qualche minuto ! Io ho mille
cose da dirvi, e non saprò dirvene
una. Vorrei vincere questo tremito
continuo che mi tiene.... Bisogna
comprendere....
10
LA GIPCONLA
Lorenzo Gaddi.
La gioia vi fa tremare?
Egli siede presso la finestra, Silvia,
poggiata le reni al davanzale, rimane
volta verso di lui; e il suo viso cam¬
peggia neU’aria cerulea dove sfonda
il bel poggio religioso.
Silvia Settala.
Non so se sia la gioia.... A volte
tutto quel che fu, tutto il male,
tutto il dolore, e perfino il sangue,
e perfino la cicatrice, tutto dilegua,
scompare, è cancellato dall’ oblio, è
nulla. A volte tutto quel che fu,
tutto r orribile peso della memoria,
si addensa, si aggrava, si fa com¬
patto e opaco e duro come una mu¬
raglia, come una roccia che io non
debba sormontare giammai.... Dianzi,
ATTO P'EIlilO-, SC®NA PRIMA
11
quando voi parlavate , quando mi
avete offerto quel dono inatteso, pen¬
savo: Ecco, ora prenderò nelle mie
mani quel dono, quel pezzo di creta
dove egdi gettò il primo seme del
suo sogno come in una zolla feconda;
10 lo prenderò nelle mie mani, an¬
drò verso di lui sorridendo, portan¬
dogli intatta la parte migliore della
sua anima e della sua vita ; ed io
non parlerò, ed egli riconoscerà in
me la custode di tutto il suo bene,
e mai piu egli vorrà partirsi da me,
c noi saremo giovini ancora, saremo
giovini ancora!,, Così pensavo ; e il
pensiero e V atto si confondevano
con una facilità incredibile. Le vo¬
stre parole trasfiguravano il mondo....
Poi, ecco, un. soffio passa, un alito,
11 piu tenue fiato, un nulla, e tra¬
volge ogni cosa, e distrugge ogni
12
LA GIOCONDA
illusione; e Tansietà ritorna, e il
timore, e il tremito.... Oh aprile!
Subitamente ella si volge alla luce,
con un largo sospiro.
Come turba quest’aria, che pure
è così limpida! Tutte le speranze
e tutte le disperazioni passano nel
vento con la polvere dei fiori.
Ella si sporge dal davanzale chia¬
mando.
Beata ! Beata !
Lorenzo Gaddi.
La piccola è nel giardino ?
Silvia Settala.
E là, che corre tra i rosai. E
folle d’allegrezza. — Beata! — S’è
nascosta dietro una siepe, la mo¬
nella. E ride. L’udite ridere? Ah,
quando ella ride, io so quale sia la
ATTO PRIMO, SCENA PRIMA 13
gioia dei fiori che si riempiono di
rugiada fino all’orlo del calice. Così
il suo riso fresco mi colma il cuore.
Lorenzo Gaddi.
Forse anche Lucio l’ascolta, e ne
è consolato.
SUjVIA Gettala, grave e trepida, chinandosi
verso il maestro, prendendogli una mano.
Voi credete dunque eh’ egli sia
guarito veramente.... d’ogni piaga?
Credete eh’ egli ritorni a me con
tutta l’anima sua? Avete sentito
questo, vedendolo, parlandogli? Que¬
sto vi dice il cuore?
Lorenzo Gaddi.
M’è parso, dianzi, ch’egli avesse
l’aspetto dell’uomo che ricomincia a
vivere con un senso nuovo della
14
LA GIOCONDA
vita. Colui che ha veduto il volto
della morte non può non aver ve¬
duto in un baleno anche quello della
verità. I suoi occhi sono sbendati.
Egdi vi riconosce intera.
Silvia Settata.
Maestro, maestro, se voi vdn^an-
naste, se la speranza fosse vana,
che sarebbe di me? Ho consumato
tutte le forze.
Lorenzo Gaudi.
E di che temete ornai?
Silvia Settata.
Egli ha voluto morire ; ma V al¬
tra.,., Valtra vive, e la so impla¬
cabile.
Lorenzo Gaudi.
E che potrebbe élla ornai ?
ATTO PRIMO, SCENA PRIMA
15
Silvia Settala.
Tutto potrebbe, s’ ella fosse an¬
cora amata.
Lorenzo Gaddi.
Ancora amata? Oltre la morte?
Silvia Settala.
Oltre la morte. Ab, comprendete
la mia angoscia ! Per lei egli lia
voluto morire, in un’ora di delirio
e di furore. Pensate quanto egli do¬
vesse amarla se il pensiero di me,
se il pensiero di Beata non l’ lia
trattenuto.... Egli era dunque, nel¬
l’ora terribile, tutto intero la preda
di lei sola ; egli era al culmine della
sua febbre e^ del suo spasimo, e il
resto del mondo era abolito. Pen¬
sate quanto egli dovesse amarla!
La voce della donna è sommessa
ma lacerante. Il vecchio china il capo..
16
LA GIOCONDA
Ora, chi può dire quel che sia
accaduto in lui, dopo il colpo, quando
il buio della morte è passato su la
sua anima? S’è egli risvegliato im¬
memore? Vede egli un abisso tra
la sua vita che si rinnovella e la
parte di se che è rimasta di là da
quel buio? Oppure.... oppure Tlma-
gine è risorta dal profondo, e rimane
su l’ombra per sempre, dominatrice,
con un rilievo indistruttibile? Dite!
Lorenzo Gaddi, perplesso.
Chi può dire?
Silvia Settala, con un accento di dolore.
Ah, ora voi stesso non osate più
consolarmi! Dunque, è cosi? Non
v’è riparo ?
Lorenzo Gaddi, prendendole le mani.
No, no. Silvia.... Io intendeva: —
chi può dire quali mutamenti porti
ATTO PEIMO, SCENA PRIMA
17
in una natura come la sua una forza
tanto misteriosa? Tutto annunzia in
lui Tapparizione di un nuovo bene.
Guardatelo quando sorride. Dianzi,
là, prima che voi vi allontanaste per
accompagnarmi fuori, quando vi ha
baciato queste care mani, non avete
sentito che tutto il suo cuore si
struggeva di tenerezza e di umiltà?
Silvia Settala, accesa il volto da una tenue
fiamma.
Sì, è vero.
Lorenzo Gaddi, guardandole le mani.
Care, care mani, coraggiose e belle,
sicure e belle! Sono d’una straor¬
dinaria bellezza le vostre mani, Sil¬
via. Se troppe volte il dolore ve le
ha congiunte, anche ve le ha subli¬
mate, le ha rese perfette. Sono per-
d’Annunzio, La Gioconda.
2
18
LA GIOCONDA
fette. Ricordate la donna del Ver-
rocchio, la donna dal mazzolino,
quella dai capelli a grappoli? Ah,
è là!
Egli s’accorge, dallo sguardo e dal
sorriso di Silvia, ch.e una copia def
busto è posata su un piccolo armario
in un angolo della stanza.
Voi avete dunque già riconosciuta
la parentela. Quelle due mani sem¬
brano consanguinee delle vostre, sono
della medesima essenza. Vivono, è
vero?, d’ima vita cosi luminosa che
il resto della figura n’è oscurato.
Silvia Settala, sorridendo.
Oh anima sempre giovine !
Lokekzo Gaddi.
Quando Lucio riprenderà il suo
lavoro, dovrà il primo giorno mo¬
dellare le vostre mani. Io ho un
ATTO PRIMO, SCENA PRIMA
19
pezzo di marmo antico, trovato negli
Orti Oricellari. Glie lo darò, perchè
le scolpisca in quello e poi le so¬
spenda come un ex-voto.
Silvia Settala, a cui passa un’ombra
su la fronte.
Credete ch’egli riprenderà presto
il suo lavoro? Lo desidera? Ve ne
ha parlato?
Lorenzo Gaddl
Sì, dianzi, quando voi non era¬
vate là.
Silvia Settala.
Che vi diceva ?
Lorenzo Gaddl
Cose vaghe e deliziose, imagina¬
zioni di convalescente. Le conosco.
Sono stato anch’io malato. Ora gli
20
LA GIOCONDA
sembra d’avere smarrito l’arte sua,
di non aver piii alcuna potenza, d’es¬
sere divenuto estraneo alla bellezza.
Ora invece gli sembra che i suoi
pollici abbiano assunto una virtù
magica e che a un semplice tocco
le forme debbano escirgdi dalla creta
con la facilita dei sogmi.... Pia (gual¬
che inquietudine per l’abbandono in
cui crede sia rimasto il suo studio,
laggiù, sul Mugnone. Mi ha pregato
d’andare a vedere.... Avete voi la
chiave ?
Silvia Settala, turbata.
C’è il custode.
Loreazo Gaddi.
Non siete più stata laggiù, da
quando ?
Silvia Settala.
Da quando la cosa incominciò....
ATTO PEIMO, SCENA PEIMA
21
Non ho ancora avuto il cuore di rien¬
trarvi. Credo che vedrei da per tutto
le macchie di sangue e troverei da
per tutto le tracce di colei.... Ella
è ancora padrona laggiù. Quel luogo
è ancora il suo dominio.
Lorenzo Gaddi.
Il dominio di una statua.
Silvia Settala.
No, no.... Non sapete che una
chiave è rimasta nelle sue mani ?
Ella entra la, ancora come una pa¬
drona.... Ah, ve riio detto, ve Fho
detto: ella vive, ed è implacabile.
Lorenzo Gaddi.
Siete sicura ch’ella sia rientrata
là, dopo quel che è accaduto ?
Silvia Settala.
Sono sicura. La sua audacia non
oo
LA GIOCONDA
ha limiti. Ella è senza pietà e senza
vergogna.
Lorenzo Caddi.
Ed egli, Lucio, lo sa?
Silvia Settala.
Non lo sa. Ma, certo, egli lo saprà,
o prima o poi. Ella troverà il modo
ch’egli lo sappia.
Lorenzo Caddi.
Ma perchè questo?
Silvia Settala.
Perchè ella è implacabile, perchè
non rinunzia alle sue prede.
Una pausa. Il vecchio è pensoso.
La voce della donna si fa tremante
e l’oca.
E la statua.,., la Sfinge.... l’avete
voi veduta?
ATTO PKIMO, SCENA PREVIA 2b
Lorenzo Gaddi, dopo avere un poco esitato.
Sì, riio veduta.
Silvia Settala.
Fu egli che ve la mostrò?
Lorenzo Gaddi.
Sì, un giorno cleir ottobre scorso.
L’aveva finita allora.
Una pausa.
• Silvia Settala, con la voce che le trema e
le manca.
E meravigliosa; è vero? Dite!
Lorenzo Gaddi.
Sì, è bellissima.
Silvia Settala.
Per reternità!
Una pausa, grave di mille cose in>
definite e tuttavia ineluttabili.
24
LA GIOCONDA
La voce di Beata, dal fondo del giardino.
Mamma! Mamma!
*
Lorenzo Gaddi.
La piccola vi chiama. •
Silvia Settala^ scotendosi, sporgendosi
dal davanzale.
I ,
Beata!,.. Ah, ecco: mia sorella
Francesca traversa il giardino; viene
su, con Cosimo Dalbo. Sapete ? Co¬
simo è tornato dal Cairo ; è arrivato
iersera a Firenze. Lucio sarà molto
contento di rivederlo.'
Lorenzo Gaddi, levandosi per accomiatarsi.
Dunque addio, cara Silvia: forse
a domani.
\
Silvia Sditala.
Rimanete ancora un poco ! Mia so¬
rella vorrà vedervi.
V
ATTO PRIMO, SCENA PRIMA 2ó
LoREìNZO Gaddi.
Bisogna ch’io vada. Sono già in
ritardo.
Silvia Settala.
Quando avrò il dono che mi avete
promesso?
Lorenzo Gaddi.
Forse domani.
Silvia Settala.
Senza forse, senza forse. Vi aspetto.
Bisogna che voi veniate spesso qui,
tutti i giorni. La vostra presenza è
un gran bene. Non mi abbandonate!
Confido in voi, maestro. Ricordatevi
che una minaccia è ancora sul mio
capo.
Lorenzo Gaddi. .
Non temete. In aito il cuore!
Silvia Settala, volgendosi alla porta.
Ecco Francesca.
26
LA GIOCONDA
SCENA SECONDA.
Entra PrancesCA Doni e s’ avanza verso la
sorella per abbracciarla, COSIMO Dalbo, che la
segue, saluta LoRENZO CADDI che è sul punto
di uscire.
Francesca Doni.
Vedi chi ti conduco? Ci siamo in¬
contrati davanti al cancello. Salute,
maestro. Ve ne andate quando io
entro ?
Ella saluta il vecchio.
Silvia Settala, tendendo la mano al giovine
cordialmente.
Bentornato , Dalbo. Vi aspetta¬
vamo. Lucio è impaziente di rive¬
dervi.
ATTO PKIMO, SCENA SECONDA
27
Cosimo Dalbo^ con sollecitudine affettuosa.
Come sta, ora? S’è levato? È gua¬
rito ?
Silvia Settala.
E in convalescenza: un poco de¬
bole ancora ; ma di giorno in giorno
va riacquistando le forze. La ferita
è interamente chiusa. Lo vedrete su¬
bito. Ha la* visita del medico ; vado
ad annunziarvi. Sarà una grande
gioia per lui. Mi ha già chiesto di
voi pili volte, nella giornata. E im¬
paziente.
Ella si volge a Lorenzo Gaddi.
A domani, dunque.
Esce con un passo vivo e leggero.
La sorella, il maestro e l’amico la
seguono con gli occhi fino alla soglia.
Francesca Doni, con un sorriso carezzevole.
Povera Silvia! Sembra, da qual-
28
LA GIOCONDA
che giorno, che abbia le ali. Quando
la guardo, in certi momenti, mi sem¬
bra che stia per spiccare il volo
verso la felicità. E nessuno più di
lei merita d esser felice j non è vero,
maestro? Voi la conoscete.
Lorenzo Caddi.
l
Sì, ella è veramete quale i vostri
occhi di sorella la vedono. Esce dal
suo 'martirio alata. V’è in lei una
specie di fremito incessante. Lo sen¬
tivo dianzi, mentre le stavo vicino.
Ella è veramente nello stato di gra¬
zia. Non V e altezza ch’ella non po¬
trebbe raggiungere. Lucio ha nelle
sue mani una vita di fiamma, una
forza infinita.
Francesca Doni.
Siete stato a lungo con lui. oa-o'i ?
ATTO PRIMO, SCENA SECONDA
29
Lorenzo Gaddi.
Sì, qualche ora.
Francesca Doni.
Come lo avete trovato?
Lorenzo Gaddi.
Traboccante di dolcezza e smar¬
rito. Voi lo vedrete fra poco, Dalbo.
La sua sensibilità è pericolosa. Le
persone che lo amano possono fargli
molto bene e molto male. Una pa¬
rola lo agita e lo sconvolge. Siate
attento ad ogni vostra parola, voi
che lo amate. A rivederci. Bisogna
che io vada.
Si accomiata dai duo, per uscire.
Francesca Doni.
A rivederci, maestro. Forse do-
30
LA GIOCONDA
mani vi rivedrò qui. Spero. Voi avete
orrore delle mie scale !
Ella accompagna il vecchio sino
alla porta; quindi torna verso l’amico.
Che fuoco d’intelligenza e di bontà,
in quel vecchio ! Quando egli entra
in una stanza, sembra che porti un
conforto per tutti. Chi è triste si
solleva e chi è lieto s’ infervora.
Cosimo D ALBO. ^
•ti I
E un animatore; appartiene alla
pili nobile casta degli uomini. La
sua opera è una continua esaltazione
della vita: è il continuo sforzo di
comunicare una scintilla, tanto alle
sue statue quanto alle creature che
egli incontra nel suo cammino. Lo¬
renzo Caddi mi par degno d’ una
gloria ben piti alta di quella che gli
concedono i slioi contemporanei.
ATTO PKIMO, SCENA SECONDA
31
Francesca Doni.
È vero, è vero. Se sapeste di che
energia e di che delicatezza ci ha
dato prova, in questa orribile sven¬
tura! Quando la cosa avvenne, mia
sorella non era qui: era da nostra
madre, a Pisa, con Beata. La cosa
avvenne nello studio, là, sul Mu-
gnone, verso sera. Soltanto il cu¬
stode udì il colpo. Com’ebbe sco¬
perta la verità, per istinto corse ad
avvertire Lorenzo Caddi prima d’ogni
altro. Nell’angoscia e nell’orrore di
quella sera d’inverno, tra la confu¬
sione e l’incertezza, egli solo non
si perse mai d’animo, non ebbe mai
un attimo di esitanza. Conservò sem¬
pre una strana lucidità da cui tutti
fummo dominati. Egli solo disponeva:
tutti obbedivamo. Fu egli che volle
32
LA GIOCONDA
trasportato il povero Lucio qui nella
casa, moribondo. I medici dispera¬
vano della salvezza. Egli solo ri¬
peteva, con una fede ostinata: “ No,
non morrà, non morrà, non può mo^
rire. „ Io gli credetti. Ah che notte
eroica, Dalbo ! E poi l’arrivo di Sil¬
via, Tannunzio ch’egli stesso le diede,
il divieto ch’egli le fece di entrare
nella stanza dove un soffio poteva
spegnere quel barlume di vita; eia
forza di lei, rincredibile resistenza
di lei alla veglia e al disagio per
intere settimane, la vigilanza fiera
e silenziosa con cui ella custodiva
la soglia come per impedire il pas¬
saggio alla morte....
Cosimo Dalbo.
E io ero lontano, inconsapevole
di tutto, a bearmi d’ ozio in una
ATTO PRIMO, SCENA SECONDA
83
barca sul Nilo! Eppure una specie
di presentimento mi pungeva, prima
di partire. Per ciò io tentai ogni
mezzo di persuadere Lucio ad ac¬
compagnarmi nel viaggio die in al¬
tri tempi avevamo sognato insieme.
Egli aveva finito iii quei giorni la
sua statua; e io pensavo che nel
marmo stupendo fosse la sua libera¬
zione. Mi rispose: “ Non ancora! „
E, qualche mese dopo, doveva cer¬
carla nella morte. Ah se io non
fossi partito, se fossi rimasto al suo
fianco, se fossi stato più fedele, se
avessi saputo difenderlo contro la
nemica, nulla sarebbe forse avvenuto !
Francesca Donl
Non bisogna rammaricarsi, se da
tanto male può venir qualche bene.
Chi sa in quale tristezza disperata
D’Annunzio, La Gioconda.
3
84
LA GIOCONDA
mia sorella si sarebbe consunta, se
il fatto violento non Tavesse riunita
a Lucio d’improvviso ! Ma non cre¬
diate che la nemica abbia deposto
le armi. Ella non abbandona il
campo....
Cosmo Dalbo.
Che? Gioconda Dianti....
PjRANCESCA Doni, facendo il segno del silenzio,
abbassando la voce.
Non dite quel nome !
ATTO PRIMO, SCENA TERZA
35
SCENA TERZA.
Appare su la soglia LUCIO SettaLA appog¬
giato al braccio di SILVIA, pallido e scarno, con
gli occhi straordinariamente ingranditi dalla
• sofferenza, con un sorriso tenue e dolce che af¬
fina la sua bocca voluttuosa.
Lucio Settala,
Cosimo !
Cosimo Dalbo, volgendosi, accorrendo.
Oh Lucio, caro, caro amico !
Egli prende il convalescente fra le
sue braccia ; mentre Silvia si trae in
disparte, si avvicina alla sorella ed
esce con lei , piano , soffermandosi a
guardare l’amato prima di scomparire.
Tu sei guarito; è vero? Tu non
36 LA GIOCONDA
soffri più; è vero? Ti trovo un po'
pallido, un po’ dimagrato, ma non
troppo.... Hai l’aria che avevi certe
volte uscendo da un periodo di lavoro
fehrile, quando rimanevi dodici ore
al giorno dinanzi alla tua creta ,
divorato dalla grande fiamma. Ti
ricordi ?
Lucio Settala, smarrito, girando lo sguardo
per vedere se Silvia sia ancora nella stanza.
Cosmo Dalbo.
Anche allora gli occhi ti s’ingran¬
divano....
Lucio Settala, con una inquietudine indefi¬
nibile, quasi infantile.
E Silvia? Dov'è andata Silvia?
Non era qui anche Francesca ?
ATTO PRIMO, SCENA TERZA
37
’j
Cosimo Dalbo.
Ci lianiio lasciati soli.
Lucio Settala.
Perchè? Ella crede, forse.... No,
10 non ti dirò nulla, io non so piii
nulla. Tu sai, forse. Io no ; non mi
ricordo, non voglio ricordarmi più....
Dimmi di te! Dimmi di te! È bello
11 Deserto?
Egli parla in una maniera singo¬
lare, come trasognando, con un misto
di agitazione e di stupore.
Cosimo Dalbo.
Ti dirò. Ma bisogna che tu non
ti affatichi. Ti racconterò tutto il
mio pellegrinaggio; verrò da te ogni
giorno, se mi vuoi; rimarrò con te
quanto ti piacerà, ma senza che tu
ti stanchi. Siedi quL...
38
LA GIOCONDA
Lucio Settala, sorridendo.
Tu credi che io sia tanto debole?
jt
Cosimo Dalbo.
No; tu stai già bene, ma è me-
glioche tu non ti stanchi. Siedi qui....
'Lo fa sedere presso la finestra;
guarda la collina disegnata pura¬
mente sul cielo d’aprile.
Ah, mio caro, cose meravigliose
hanno mirato i miei occhi e hanno
bevuto una luce al cui paragone
anche questa sembra smorta ; ma,
quando rivedo una semplice linea
come quella là (guarda là San Mi¬
niato!), mi sembra di ritrovar tutto
me stesso dopo un intervallo di er¬
rore. Guarda là il poggio benedetto!
La piramide di Chéope non fa di¬
menticare la Bella Villanella; e più
ATTO PKIMO, SCENA TERZA
39
d’ima volta, nei giardini di Koubbeh
e di Gizeh, serbatoi di miele, ma¬
sticando im grano di resina, ho pen¬
sato a uno svelto cipresso toscano
sul limite di un olivete magro.
Lucio Settala, socchiudendo gli occhi sotto
l’alito primaverile.
Si sta bene qui; è vero? C’è un
odore di violette.... C’è forse un mazzo
di violette nella stanza? Silvia ne
mette da per tutto, anche sotto il mio
guanciale.
Cosimo Dalbo.
Sai ? Ti ho portato, tra le pa¬
gine di un Corano, le violette del
Deserto. Le ho colte nel giardino
di un monastero persiano, in vici¬
nanza della Tebaide, ai fianchi del
Mokattam, su un’altura di sabbia.
Là, in una caverna scavata nel monte,
40
LA GIOCONDA
coperta di tappeti e di cuscini, i
monaci offrono al visitatore un thè
d’un sapore speciale, il thè arabo,
profumato di violette.
Lucio Settata.
E tu me le hai portate, sepolte
nel libro! Tu eri felice quando le
coglievi, laggiù; e io avrei potuto
esser teco.
Cosimo Dalbo.
Tutto era oblio, laggiù. Salivo
per una lunga scala di pietra, di¬
ritta, che conduce dal piede della
montagna alla porta dei Bectaschiti.
Il Deserto era intorno: una immensa
aridità allucinante dove soli vive¬
vano il palpito del vento e il tre¬
molio del calore. Non distinguevo
qua e là, tra le dune, se non le
ATTO PRIMO, SCENA TERZA
41
pietre bianche dei cimiteri arabi.
Udivo i gridi degli sparvieri, altis¬
simi nel cielo. Guardavo sul Nilo
passare a torme le barche dalle
grandi vele latine, bianche, lente,
di continuo, di continuo, come fiocca
la neve. E a poco a poco mi rapiva
un’ estasi che tu non puoi ancora
aver conosciuto : l’estasi della luce.
Lucio Settala, con lina voce che pare lontana.
E io avrei potuto esser teco,
oziare, obliare, sognare, inebriarmi
di luce. Tu hai navigato sul Nilo,
è vero?, in una vecchia barca ca¬
rica di otri, di sacchi e di gabbie. Tu
sei disceso in un’ isola verso sera ;
tu eri vestito di lana bianca; tu
avevi sete; tu ti sei dissetato a una
sorgente; tu hai camminato a piedi
nudi sui fiori ; e l’odore era così
42
LA GIOCONDA
forte che ti pareva di non aver più
fame. Ah, ho pensato, ho sentito
queste cose, dal mio guanciale..!. E
anche pel deserto ti seguivo, quando
la febbre era più alta: per un de¬
serto di sabbie rosse, tutto seminato
di pietre brillanti che si sfaldavano
crepitando come i sarmenti al fuoco.
Una pausa. Egli si solleva un poco,
interrogando con un accento chiaro,
ad occhi aperti.
E la Sfinge ?
Cosmo Dalbo.
La prima volta la vidi di notte,
al lume delle stelle, profondata nella
sabbia che conservava ancora Tim-
pronta violenta dei turbini. Soltanto
la faccia e la groppa emergevano
da quella specie di gorgo placato,
la forma umana e la bestiale. La
ATTO PRIMO, SCENA TERZA
43
faccia, dove Tombra nascondeva le
mutilazioni, in quell’ora mi parve
bellissima: calma, augusta e cerulea
come la notte, quasi mite! Non v’è,
Lucio, cosa al mondo che sia più
sola di quella ; ma la mia anima era
come dinanzi a moltitudini che dor¬
missero e su le cui ciglia cadesse
la rugiada. La rividi, poi, di giorno.
La faccia era bestiale come la groppa;
il naso e le gote erano corrosi; il
fimo degli uccelli bruttava le bende.
Era il pesante mostro senz’ali ima¬
ginato dagli scavatori di sepolcri,
dagli imbalsamatori di cadaveri. E
mi riapparve nel sole la tua Sfinge
imperiosa e pura che porta le ali
imprigionate vive negli omeri.
Lucio SettALA, con una commozione subitanea.
La mia statua ? Tu parli della
44
LA GIOCONDA
mia statua? Tu la vedesti, è vero,
prima di partire; e ti sembrò bella.
Egli guarda inquieto verso la porta,
per tema che Silvia possa udire; e
abbassa la voce.
Ti sembrò bella ; è vero ?
Cosimo Dalbo. •
Bellissima.
Lucio si copre gli occhi con ambo
le palme e resta per alcuni attimi in¬
tento come per evocare una visione
nell’oscurità.
Lucio Settala, scoprendosi.
Non la vedo più. Mi sfugge. Ap¬
pare e dispare come in un baleno,
confusa. Se Tavessi ora qui davanti,
mi parrebbe nuova; gitterei un grido.
Io Filo scolpita, con queste mie mani?
Egli si guarda le mani affilate e
sensitive. Un’agitazione crescente lo
invade.
Non so più , non so più. Nella
ATTO PKIMO, SCENA TERZA 45
prima febbre, quando avevo ancora
il piombo nella carne e il rombo con¬
tinuo della morte su ramina perduta,
la vedevo diritta a piè del letto, ac¬
cesa come una torcia, come se io
medesimo T avessi plasmata in una
materia incandescente. Cosi per più
giorni e per più notti io la vidi, a
traverso le mie palpebre. S’accen¬
deva con la mia febbre. Quando i
miei polsi bruciavano, ella si faceva
di fiamma. Pareva che salisse e ri¬
bollisse in lei tutto il sangue ver¬
sato ai suoi piedi....
Cosimo Dalbo, inquieto, guardando anch’egli
verso la porta per lo stesso timore.
Lucio, Lucio, tu dicevi dianzi che
non sapevi più nulla, che non vo¬
levi ricordarti più di nulla.... Lucio!
Egli scuote dolcemente l’amico che
è rimasto fìsso.
46
LA GIOCONDA
Lucio Settala, riprendendosi.
Non temere. Tutto è laggiù, lon¬
tano, in fondo al mare. Aneli’ essa
la statua è sommersa con l’ altre
cose, dopo il naufragio. Per ciò io
non la vedo se non in confuso, a
traverso le alte acque.
Cosimo Dalbo.
Ella sola sarà salvata, vivrà in
eterno ; e tanto dolore non sarà stato
sofferto invano, tanto male non sarà
stato inutile, se ancóra una cosa
bella si aggiungerà all’ ornamento
della vita.
Lucio Settala, sorridendo ancora del suo sor¬
riso tenue e parlando con la sua voce lontana.
E vero. Io penso qualche volta
alla sorte di. colui che naufragò in
una tempesta con tutto il suo ca-
ATTO PRIMO, SCENA TERZA
47
rico. In una giornata serena come
oggi, egli prese una barca e una rete;
e tornò sul luogo del naufragio con
la speranza di trarre dal fondo qual¬
che cosa. E, dopo molta fatica, trasse
a riva una statua. E la statua era
cosi bella che, al rivederla, egli pianse
di gioia; e si sedette su la riva del
mare a contemplarla, e fu pago di
quel bene, e non volle altro cercare ;
e obliò tutto il resto.
Egli si leva, quasi con impeto.
Perchè Silvia non torna più?
Ascolta.
Chi ride? Ah, è Beata nel giar¬
dino. Guarda! San Miniato è d’oro:
sfólgora. C’è una luce più gloriosa
a Tebe?
Cosimo Dalbo.
L’estasi della luce! Te l’ho detto:
tu non potrai conoscerla altrove. Cer-
48
LA GIOCONDA
chi, gliìiiaiide, rote, rose di splen¬
dori, inniimerabili faville.... I versi
del Paradiso tornano alla memoria.
Solo Dante ha trovato le parole ab¬
baglianti. In certe ore il Nilo diventa
la fiumana dei topazii, il “ miro giir-
ge Come un sasso nelbacqua, un
gesto nell’aria suscita mille e mille
onde. Tutte le cose nuotano nella
luce ; tutte le foglie ne stillano. Le
donne che passano lungo il fiume
con gli otri riempiuti fiammeggiano
veramente come le milizie angeliche
nella Cantica, distinte e di fulgore
e d’arte
Lucio, avendo scoperto su una ta¬
vola il mazzo di violette, lo prende
e vi affonda quasi il viso per aspi¬
rarne l’odore.
Lucio Settala, tenendo ancora il mazzo alle
nari e socchiudendo gli occhi nella delizia.
Sono belle le donne del Nilo?
49
ATTO PEIMO, SCENA TEEZA
Cosimo Dalbo.
Talune, le adolescenti, hanno corpi
d’una purezza e d’una eleganza stu¬
pende. Tu che prediligi le muscula-
ture agili e salde, una certa acerbità
nelle forme, le gambe lunghe e ner¬
vose, troveresti là qualche modella
incomparabile. Quante volte ti ho in¬
vocato ! Nell’isola d’Elefantina avevo
un’amica di quattordici anni: una
fanciulla dorata come un dattero,
magra, svelta, arida, con de reni
forti e arcate, le gambe diritte e
potenti, i ginocchi perfetti — cosa
rarissima, come tu sai. Su tutta
quella magrezza dura, che dava ima-
gine d’ un’arme da lancio precisa e
fine, tre cose mi seducevano con una
grazia infinitamente molle : la bocca,
l’ombra dei cigli, l’estremità delle
D’Annunzio, La Gioconda.
4
LA GIOCONDA
60 '
dita. Ella s’intrecciava i capelli con
le dita ch’erano rosse all’ estremità
come petali intinti nella porpora j e
guardarla in quell’atto, su la soglia
della. casa bianca, era la gioia dei
miei mattini. Avrei voluto portartela
con le statuette , con gli scarabei,
con le stoffe, col tabacco, con i pro¬
fumi, con le armi. Ma t’iio portato
un bell’arco, che ho comperato ad
Assouan e che le somiglia un poco.
Lucio SettaLA, con un lieve turbamento, ro¬
vesciando indietro il capo.
Doveva essere una creatura de¬
liziosa !
Cosimo Dalbo.
Deliziosa e inoffensiva. Ella so¬
migliava a un bell’arco, ma le sue
frecce non erano avvelenate.
ATTO PKIMO, SCENA TERZA
51
Lucio Settala.
Tu ramavi?
Cosimo Dalbo.
Come amo il mio cavallo e il mio
cane.
Lucio Settala.
Ah, tu eri felice laggiù; la tua
vita era facile e leggera. Era dun¬
que risola d’Elefantina quella dove
io ti vidi approdare, nel sogno. Avrei
potuto esser teco ! Ma io andrò, par¬
tirò. Non desideri di ritornarvi? Io
avrò una casa bianca sul Nilo : farò
le mie statue col limo del fiume e
le alzerò in quella tua luce che me
le convertirà in oro.... Silvia! Silvia!
Egli chiama verso la porta, come
assalito da una impazienza repentina,
da una volontà ansiosa di vivere.
Sarà troppo tardi?
62
LA GIOCONDA
Cosimo Dalbo.
%
E troppo tardi. Sopraggiunge la
grande estate.
Lucio Settala.
Che importa? Io amo l’estate, il
calore, anche l’afa. Tutti i melagrani
saranno fioriti nei giardini, e qual¬
che volta pioverà, verranno giù nel¬
l’afa quelle gocce larghe e tiepide
che fanno sospirare di voluttà la
terra....
Cosimo Dalbo.
Ma il Khamsin? quando tutto il
Deserto si solleverà contro il Sole?
Silvia appare su la soglia, sorri¬
dendo, con tutta la persona mossa da
una visibile animazione. Ella ha mu¬
tato abito : è vestita d’un colore più
chiaro, primaverile; e porta fra le mani
un mazzo di rose fresche.
ATTO PRIMO, SCENA TERZA
53
Silvia Settala.
Che dite, Dalbo, contro il Sole?
M’hai chiamata, Lucio?
Lucio Settala, ripreso da una specie di timi¬
dità inquieta, come d’uomo che abbia il bisogno
di abbandonarsi e non osi.
Sì, ti ho chiamata, perchè non ti
vedevo piu tornare.... Cosimo mi rac¬
contava tante cose belle, del suo
viaggio. Volevo che anche tu le
udissi.
Egli guarda J-a moglie con occhi
attoniti, come se scoprisse in lei una
grazia nuova.
Stavi per uscire?
Silvia Settala, arrossendo un poco.
Ah, tu guardi il mio abito. L’ho
messo per provarlo, giacche Fran¬
cesca era là.... Mia sorella vi fa le
54
LA GIOCONDA
sue scuse a entrambi, per essersi, par¬
tita senza venire a salutarvi. Aveva
fretta: F aspettano i suoi bambini.
Spera, Daibo, che voi andiate pre¬
sto a vederla.
Ella depone su una tavola il mazzo
di rose.
Pranzate con noi, stasera?
Cosmo Dalbo.
Grazie. Stasera non posso. Mia
madre mi tiene.
Smvu Settala.
\
E giusto. Domani, allora?
Cosmo Dalbo.
Domani. Ti porterò, Lucio, i miei
doni.
Lucio Settala, con una curiosità infantile.
Sì, sì, pòrtali, pòrtali!
ATTO PRIMO, SCENA TERZA
56
Silvia Settala, sorridendo con un’aria mi¬
steriosa.
Anch’io domani avrò un dono.
Lucio Settala.
Da chi ?
Silvia Settala.
Dal maestro.
Lucio Settala.
Che dono ?
Silvia Settala.
Vedrai.
Lucio Settala, con un moto d’allegrezza.
Tu anche vedrai quante belle cose .
mi ha portate Cosimo: stoffe, pro¬
fumi, armi, scarabei....
Cosimo Dalbo.
Amuleti contro ogni male, tali-
66
LA GIOCONDA
smani per la felicità. Sul Gebel-el-
Tair, in un convento copto, ho tro¬
vato il più virtuoso degli scarabei.
Il monaco mi narrò una lunga sto¬
ria di un cenobita che, al tempo
delle prime persecuzioni, essendosi
rifugiato in un ipogeo, vi trovò una
mummia e la trasse fuori dal suo
viluppo di balsami e la rianimò. E
la mummia risuscitata con le sue
labbra dipinte gli fece il racconto
della sua antica vita, eh’ era stata
un tessuto di felicità. Infine, come
il cenobita voleva convertirla, ella
preferì di ricoricarsi nei suoi bal¬
sami; ma prima gli donò lo scara¬
beo preservatore. Dirvi l’uso che ne
fu fatto dal solitario e le vicende
per cui scese a traverso i secoli
nelle mani del buon copto, sarebbe
troppo lungo. Certo, non ve n’è in
ATTO PKIMO, SCENA TERZA
57
tutto l’Egitto uno più virtuoso. Ec¬
colo. Ve l’offro ; l’offro a entrambi.
Egli presenta 1’ amuleto a Silvia,
che r osserva attentamente e poi lo
porge a Lucio, con un baleno negli
occhi.
Silvia Settala.
Com’è azzurro! È più splendido
d’una turchese. Guarda.
Cosimo Dalbo.
Il copto mi disse: “ Piccolo come
una gemma, grande come un de-
stino ! „
Lucio volge la pietra mistica tra
le dita che gli tremano un poco,
smarritamente.
E addio, a domani. Bene vi sia!
Felice sera!
Silvia Settala, scegliendo dal mazzo una rosa
e offrendogliela.
Ecco una rosa fresca in cambio
58
LA GIOCONDA
deir amuleto. Portatela a . vostra
madre.
Cosmo Dalbo.
Grazie. A domani.
Rinnovati i saluti, esce.
SCENA QUARTA.
Lucio Settata sorride con timidezza, vol¬
gendo ancora fra le dita lo scarabeo; mentre
Silvia mette le rose in una coppa. Entrambi,
nel silenzio, sentono palpitare i loro cuori an¬
siosi. Il sole declinante indora la stanza. Pel
vano delle finestre appare il cielo impallidito;
San Miniato splende su l’altura; l’aria è dolce,
senza mutamento.
Lucio Settata, guardando all’aria, in ascolto,
sommesso.
C’è un’ape nella stanza.
Silvia Settata, soUevando la faccia.
Un’ape ?
ATTO BRIMO, SCENA QUARTA.
59
Lucio Settala.
Sì. Non senti ?
Entrambi tendono l’orecchio al mur-
mure.
Silvia Settala.
È vero.
Lucio Settala.
Forse Thai portata tu, con le
rose.
Silvia Settala.
Queste le ha colte Beata.,..
Lucio Settala.
L’ ho sentita ridere dianzi, giù
nel giardino.
Silvia Settala.
Com’è felice d’essere ritornata
nella sua casa !
60
LA GIOCONDA
Lucio, Settala.
Fu bene allontanarla allora....
»
Silvia Settata.
S’è fatta più bella e più forte,
per aver respirato l’odore dei pini.
Come dev’esser buona la primavera
a Bocca d’Arno! Non vorresti an¬
dare là, un poco ?
Lucio Settata.
Là, al mare.... '5i piacerebbe?
>
lya voce d’ entramlbi è alterata da
un lieve tremito.
Silvia Settata.
Passare là una primavera, è stato
sempre il mio sogno.
Lucio Settata, solfocato dalla commozione.
H tuo sogno è il mio. Silvia.
L’amuleto gli cade dalle mani.
ATTO PKIMO, SCENA QUARTA
61
Silvia Settala, chinandosi vivaniente a rac¬
coglierlo.
Ah, riiai lasciato cadere! Si di¬
rebbe un cattivo presagio,... Guarda.
Lo metto sul capo di Beata. “ Pic¬
colo come una gemma, grande come
un destino ! „
Ella depone l’ amuleto sul mazzo
di rose, delicatamente.
Lucio Settala, tendendo le mani verso di lei,
come ad implorare.
Silvia ! Silvia !
Silvia Settala, accorrendo.
Ti senti male? Diventi piii pal¬
lido.... All, ti sei troppo affaticato
oggi, sei troppo stanco. Siedi qui,
siedi. Vuoi un sorso di quelFelisire?
Ti senti venir meno ? Di’ ! , . •
62
LÀ GIOCONDÀ
Lucio Settala, prendendole le mani, con un
impeto di amore.
No, no, Silvia; non mi sono mai
sentito cosi oeiie.... Tu, tu siedi,
siedi qui; e io ai tuoi piedi, final¬
mente, con tutta l anima mia, per
adorarti, per adorarti !
Ella si lascia cadere sul divano ed
egli in ginocchio dinanzi a lei. Ella
è tutta sconvolta e tremante, e pone
le mani su le labbra di lui come per
impedirgli di parlare. Le passano così
tra le dita l’alito e le parole.
Finalmente! Era come una piena
che veniva di lontano, una piena di
tutte le cose belle e di tutte le cose
buone che tu hai versate su la mia"
vita da che mi ami; e n’avevo il
cuore gonfio, ah così gonfio che
dianzi vacillavo sotto il peso e man¬
cavo e morivo d’ambascia e di dol¬
cezza, perchè non osavo dire,...
ATTO PEIMO, SCENA QUARTA
63
Silvia Settala, bianca in viso, con la voce
spenta.
Non dire, non dir più!
Lucio Settata.
Ascoltami , ascoltami. Tutte le
pene che hai sofferte, le ferite che
hai ricevute senza un grido, le la¬
crime che nascondesti perchè io non
avessi onta e rimorso, i sorrisi di
cui velavi le tue agonie, F infinita
pietà pel mio errore, il coraggio in¬
vincibile dinanzi alla morte, la lotta
affannosa per la mia vita, la spe¬
ranza tenuta sempre accesa al mio
capezzale, le veglie, le. cure, T in¬
cessante palpito, l’attesa, il silenzio,
. la gioia, tutto quel che v’è di pro¬
fondo, tutto quel che v’è di dolce e
d’eroico in te, tutto io conosco, tutto
64
■ LA GIOCONDA
10 so, cara, cara anima; e, se la vio¬
lenza è valsa a spezzare un giogo,
se il sangue è valso a riscattarmi,
(oh, lasciami dire!) io benedico la
sera e l’ora che mi portarono mori¬
bondo in questa casa del tuo mar¬
tirio e della tua fede per ricevere
un’altra volta dalle tue mani, — da
queste divine mani che tremano, —
11 dono della vita.
Egli preme la sua bocca convulsa
nelle palme di lei; ed ella lo guarda
a traverso il pianto che le impregna
le ciglia , trasfigurata dalla felicità
improvvisa.
Silvia SettaLA, con la voce spenta e rotta.
Non dire, non dir piu! Il cuore non
regge.... Tu mi soffochi di gioia....
Una sola parola io attendeva da te,
una sola, null’altro; e a un tratto
tu m’inondi d’amore, tu mi riempii
ATTO PRIJTO, SCENA QUARTA ■ 05
tutte le vene, tu mi sollevi oltre la
speranza, tu trapassi il mio sogno,
tu mi dài la felicità che è sopra
ogni attesa.... Ah che dicevi tu delle
mie pene? Che è mai il dolore pa¬
tito, che è mai il silenzio costretto,
e che è una lacrima, e che è un
sorriso, al confronto di questa piena
che mi trasporta? Sento che piu tardi,
per te, per te, mi rammaricherò di
non avere a bastanza sofferto.... Forse
non ho toccato infondo del dolore,
ma so che ho toccato ora la cima
della felicità.
Ella accarezza perdutamente il capo
di lui che è abbandonato su le sue
ginocchia.
Alzati! Alzati! Vieni piu vicino
al mio cuore, riposati sopra di me,
abbandonati alla mia tenerezza, premi
le miejnani su le tue palpebre, >taci,
D’Annunzio, La Gioconda
5
LA GIOCONDA
6e
sogna, raccogli le forze profonde
della tua vita. Ah non me soltanto
tu dovresti amare, non me soltanto,
ma 1 amore che io ho per te : amare
questo mio amore ! Io non sono bella,
non sono degna dei tuoi occhi, sono
una umile creatura nelFombra; ma
il mio amore è meraviglioso, è in
alto in alto, è solo, è sicuro come
il giorno, è più forte della morte, è
capace d’un prodigio : ti darà quel
che gli chiederai. Tu potrai chie¬
dergli anche quel che non fu spe¬
rato mai.
Ella lo attira verso il suo cuore
sollevandogli il capo. Egli tiene gli
occhi chiusi e le labbra strette, pal¬
lidissimo, inebriato, estenuato.
Alzati! Alzati! Vieni più vicino
al mio cuore; riposati sopra di me.
Non senti che puoi abbandonarti ?
che nulla al mondo è più sicuro del
ATTO PRIMO, SCENA QUARTA
67
mio petto? che sempre lo troverai?
Ah, io ho pensato qualche volta che
que&ta certezza potesse inebriarti
coin« la gloria..».
Standole egli dinanzi col volto le¬
vato , ella con ambe le mani gli
solca i capelli por discoprirgli la
fronte intiera.
Beila fronte possente, segnata,
benedetta! Che tutti i germi della
Primavera s’aprano nei tuoi pensieri
nuovi !
Tremante ella vi preme le labbra.
Muto egli tende le braccia verso l’in-
vocatrice. Il tramonto sembra un’au¬
rora. '
ATTO SECONDO.
*
»
La medesima stanza, la medesima ora. Appare
per le finestre un cielo ingombro e mutevole.
72
LA GIOCONDA
«
SCENA PRIMA.
Cosimo Dalbo è seduto presso una tavola su
cui poggia il gomito sostenendo con la palma
la tempia, grave e pensieroso. LUCIO Settala
è' in piedi, irrequieto, sconvolto: si muove incer¬
tamente per la stanza, cedendo all’.^ngoscia che
lo preme.
Lucio Settala.
Sì, voglio dirtelo.... Perchè dovrei
nascondere la verità? A te! M’è
giunta una lettera, l’ho aperta, Tho
letta....
Cosimo Dalbo.
Della Gioconda ?
ATTO SECONDO, SCENA PEIMA
73
Lucio Settala.
Di lei.
Cosimo Dalbo.
D’amore ? >
Lucio Settata.
Mi bruciava le dita....
Cosimo Dalbo.
Ebbene ?
Esita. L’emozione gli altera la voce.
Tu Fami ancora ?
Lucio Settata, con un sussulto di paura.
No, no, no....
Cosimo Dalbo, guardandolo in fondo
agli occhi.
Non Fami più ?
Lucio Settata, supplichevole.
Oh, non mi torturare! Soffro.
i
74
LA GIOCONDA
Cosimo Dalbo.
Ma che cosa dunque ti turba?
Una pausa.
Lucio Settala.
Ogni giorno, alFora ch’io so, ella
m’attende là, a piè della statua, sola.
Un’altra pausa. I due uomini sem¬
bra che considerino davanti a loro
qualche cosa di vivente, e di forte,
una Volontà, evocata da quelle pa¬
role brevi.
Cosimo Dalbo.
Ella ti attende! Dove? Nel tuo
studio! Come può entrarvi?
Lucio Settala.
Ha una chiave: quella di allora.
Cosimo Dalbo.
Ti attende! Crede, vuole dunque
che tu le appartenga ancora.
ATTO SECONDO, SCENA PRIMA
75
Lucio Settala.
Tu lo dici.
Cosmo Dalbo.
E ohe farai ?
Lucio Settala.
Che farò ?
'OoBIMd DàUBO.
Una pausa.
Tu vibri come una fiamma.
Lucio Settala.
Soffro.
Cosmo Dalbo.
Ardi.
Lucio Settala, con veemenza.
No.
Cosmo Dalbo.
Ascolta. Ella è terribile. Non si
lotta contro di lei se non da lon-
76
LA GIÙ GUADA
tano. Per ciò io volevo trascinarti
meco, oltremare. Tu preferisti al
mare la morte. Un’altra (tu sai chi,
e il cuore ti si fende) un’altra ti ha
strappato alla morte. E tu non puoi
vivere ornai se non per questa.
Lucio' Settala.
E vero.
Cosmo Dalbo.
S '
Bisogna partire, fuggire.
Lucio Settala.
Per sempre ?
Cosmo Dalbo.
Per qualche tempo.
Lucio Settala.
Ella mi aspetterà.
Cosmo Dalbo.
4
Tu sarai piti forte.
ATTO SECONDO, SCENA PEIMA 77
Lucio Set&la.
Il ,suo potere sarà cresciuto. Ella
avrà ‘piu profondamente impregnato
di sè il luogo elle m^è caro per
l’opera die vi fu compita. Io la vedrò
di lontano come la custode di una
* statua ove passò ni p^iù vivo baleno
dell’anima mia. ,
Cosimo Dalbo.
Tu Fami !
Lucio Settala, disperato.
No, non l’agno. Ma pensa: ella
sarà sempre la piu forte; ella sa
quel che mi vince e quel che mi
lega f ella s’ è armata d’un fascino
a cui io non potrò sottrarre la mia
anima se non strappandola dal mio
cuore. Debbo io tentare un’ altra
volta ?
78
LA OIOCOJ4PA
CtoSIMO Dalbo.
Ah, tu deliri!
«
Lucio Settala.
H luogo dove ho sognato, dove ho
lavorato, dove ho pianto di gioia,
dove ho chiamata la gloria, dove ho
veduta la mòrte, è la sua conquista.
Ella sa che io non potrò starne lon¬
tano 0 rinunziarvi, che la parte più
preziosa della mia sostanza è là dif¬
fusa; ed ella m’attende, sicura.
Cosimo Dalbo.
Ma esercita dunque ella un diritto
inviolabile? Nessuno potrà vietarle
quella soglia ?
Lucio Settala, con una emozione profonda.
Farla scacciare ?
ATTO SECONDO, SCENA PE3MA
79
Cosimo Dalbo.
No; ma vi può essere un modo
meno duro, il più semplice: richie¬
derle quella chiave ch’ella non ha
alcun diritto di conservare.
Lucio Settala.
E chi la richiederebbe ?
Cosimo Dalbo.
Qualcuno di noi, io stesso, rispet¬
tosamente, in nome della necessità.
Lucio Settala.
Ella rifiuterà, considerandoti come
un estraneo.
Cosimo Dalbo.
Tu stesso, allora.
Lucio Settala.
Io? Andando dinanzi a lei ?
80
LA GIOCONDA
Cosimo Dalbo.
No; scrivendole.
Una pausa.
Lucio Settata^ con l’accento dell’assoluta
impossibilità.
Non posso. E tutto sarebbe vano.
Cosimo Dalbo.
Ma v’ ^ un altro modo : abban¬
donare quella casa, sgomberarla,
vuotarla di tutto, trasportare tutto
altrove. Tu eviterai cosi anche la
tristezza intollerabile del ricordo....
Come non senti che il cambiamento
è necessario, se la tua vita si rin¬
nova, perchè la compagna che hai
ritrovata possa assistere al tuo la¬
voro? Soffriresti tu ch’ella si sedesse
là dove r altra si distese ? eh’ ella
ATTO SECONDO, SCENA PRIMA
81
avesse di continuo negli occhi la
visione dell’ orribile sera?
Lucio SettaLA, sorridendo scorato e amaro.
*
Ebbene si, hai ragione: cambie¬
remo, andremo altrove, sceglieremo
un bel luogo solitario, toglieremo la
polvere dalle vecchie cose, apriremo
tutte le finestre, faremo entrare l’aria
pura, avremo un cumulo di creta, un
blocco di marmo, alzeremo un mo¬
numento alla Libertà;
> S’interrompe. La sua voce si fa
singolarmente calma.
Una mattina la Gioconda batterà
alla nuova porta ; io le aprirò ; ella
entrerà ; senza meraviglia io le dirò •
Benvenuta.
Egli non contiene più l’amarezza.
Ah, ma tu sembri un fanciullo!
Tutto per te si riduce a una chiave..
D’Annunzio, La Gioconda.
6
82
LA GIOCONDA
Chiama dunque un fabbro, fa mutare
la toppa; e m’avrai salvato.
COSBIO Dalbo, con dolcezza e tristezza.
Non t’adirare. Da principio cre¬
devo che tu dovessi soltanto liberarti
d’una importuna. Riconosco, ora, che
il mio consiglio era puerile.
Lucio SettalA, implorando.
Cosimo, amico mio, fa di com¬
prendere !
Cosimo Dalbo.
Comprendo; ma tu neghi.
Lucio Settala, lasciandosi di nuovo
trasportare.
Non nego, non nego. Vuoi tu ch’io
ti gridi che l’amo ?
Si smarrisce, si guarda d’intorno
sbigottito. Si passa una mano su la
fronte, con un gesto di sofferenza.
Abbassa la voce.
ATTO SECONDO. SCENA PRIMA 8S
Bisognava lasciarmi morire. Pen¬
sa: se io che ero ehro di vita, se
io che ero frenetico di forza e d’or¬
goglio, se io volli morire, è certo
che riconobbi nna necessità inelut¬
tabile. Non potendo vivere nè con
lei nè senza di lei, risolsi di par¬
tirmi dal mondo. Pensa: io che con-
sideravo il mondo come il mio giar¬
dino e che avevo tutte le avidità
dinanzi a tutte le bellezze ! E certo
dunque che riconobbi una necessità
ineluttabile, un fato di ferro. Biso¬
gnava lasciarmi morire.
Cosmo D.y:.BO.
Tu disconosci ora la santità d’un
miracolo, crudelmente.
Lucio Settala.
Non sono crudele. Per orrore delle
crudeltà a cui mi trascinava la vio
84
LA GIOCONDA
lenza del male, per non calpestare
una virtù che mi pareva più che
umana, per non poter sostenere la
dolcezza d’ima piccola voce incon¬
sapevole che interrogava, per impe¬
dire a me stesso il peggio, com¬
prendi?, per questo mi risolsi. E per
orrore di ricominciare io mi ramma-
«
rico, perchè oggi io sono come un
disperato che abbia preso un nar¬
cotico e si svegli dopo un sonno
profondo e ritrovi al suo capezzale
la stessa disperazione.
Cosimo Dalbo.
La stessa! Ed ho ancora negli
orecchi le tue prime parole : “Non
so più nulla; non mi ricordo, non
voglio ricordarmi più.... „ Tu sem¬
bravi immemore di tutto , proteso
verso un altro bene. Ho ancora ne-
ATTO SECONDO, SCENA ERIMA
85
gli orecclii il suono della tua voce,
quando cliiamasti la madre di Beata,
levandoti a un tratto, impaziente,
come per un ardore che non con¬
sentisse indugio. Vedo ancora il tuo
sguardo su lei, quando entrò palpi¬
tante come una Speranza. E, certo,
quella sera tu dovesti inginocchiarti
ed ella dovette piangere ed entrambi
doveste sentire la bontà della vita.
Lucio Settala.
Sì, sì, così fu: Fadorazione! Tutta
Fanima mia si prostrò ai suoi piedi,
riconobbe quel che è divino in lei,
con una ebrezza di umiltà, con un
fervore di riconoscenza indicibili. Fu
un rapimento. Tu avevi parlato di
un’estasi della luce; io la provai in
quegli attimi. Ogni macchia parve
cancellata ; ogni ombra distrutta. La
LA GIOCONDA
•86
vita ebbe un nuovo splendore. Io
credetti d’essere salvo per sempre....
S’ interrompe,
I
Cosimo Dalbo.
Ma poi?
Lucio Settala.
Poi riconobbi che v’era qualche
altra cosa da abolire in me: questa
forza che affluisce alle mie dita in¬
cessantemente per riprodurre....
Cosimo Dalbo.
Che intendi ?
Lucio Settala.
Intendo che forse sarei salvo, se
avessi dimenticato anche l’arte. In
certi giorni, là nel mio letto, guar¬
dandomi le mani indebolite, mi pa¬
reva incredibile che potessero ancora
ATTO SECONDO, SCENA PRIMA
87
creare ; mi pareva che avessero per¬
duto ogni virtù. Mi sentivo intera¬
mente estraneo a quel mondo di
forme in cui avevo vissuto.... prima
di morire. Pensavo : “ Lucio Settala,
lo statuario, è trapassato. „ E ima-
ginàvo di farmi giardiniere d’un pic¬
colo giardino.
Egli si siede, come placato, socclim-
dendo le palpebre , con un’ aria di
stanchezza, con un sorriso d’ ironia
appena visibile.
Potare i rosai, annaffiarli, liberarli
dai bruchi, agguagliare il bossolo
con le cesoie, guidare l’edera su pei
muricciuoli, in un giardinetto incli¬
nato verso il fiume dell’ Oblio ; e non
più rammaricarmi di aver lasciato
su l’altra riva un glorioso parco po¬
polato di lauri, di cipressi, di mirti,
di marmi e di sogni.... Tu mi vedi
88
LA GIOCONDA
là, felice, con le cesoie lucenti, ve¬
stito di bordatino !
»
Cosimo Dalbo.
Non ti vedo. ’
Lucio Settala.
Peccato, amico mio.
Cosimo Dalbo.
Ma chi ti vieta il grande parco?
Tu vi rientri pel viale dei cipressi,
e trovi sul limite il tuo genio tu¬
telare.
Lucio Settala, levandosi di scatto, come uno
che perda di continuo la padronanza di sè.
Tutelare! Ah, mi sembra che tu
pieghi una parola su l’altra, come
fasce su filacele, per la paura di
sentir pulsare la vita. Hai tu mai
premuto il dito su un’arteria messa
a nudo, su un tendine lacerato?
»
ATTO SECONDO, SCENA PEIMA
89
Cosimo Dalbo.
Lucio, tu ti adiri ogni momento.
V’è in te qualclie cosa di acre e di
convulso, una specie di esasperazione
die t’impedisce di esser giusto. Tu
non sei ancora escito di convale¬
scenza, non sei guarito ancora. Un
urto improvviso è venuto a .turbare
l’opera dolce die la Natura compiva
in te. Le tue forze die rinascevano
si sono inasprite. Se il mio consiglio
valesse, io vorrei che tu andassi per
ora a Bocca d’Arno, come avevi di¬
segnato. Là, tra il bosco e il mare,
tu ritroverai un po’ di calma per
considerare quale debba essere la
tua attitudine ; e ritroverai anche la
bontà che ti darà lume....
Lucio Settala.
La bontà! La bontà! Credi tu
90
LA GIOCONDA
dunque che il lume debba venirmi
dalla bontà e non da queir istinto
profondo che volge e precipita il mio
spirito verso le più superbe appari¬
zioni della vita? Io sono nato per
fare le statue. Quando una forma
sostanziale è uscita dalle mie mani
con l’impronta della bellezza, l’officio
assegnatomi dalla Natura è per me
compiuto. Io sono nella mia legge,
sia pure di là dal Bene. Non è forse
vero? Me lo concedi?
Cosmo DaliBO.
Continua.
Lucio Settala, abbassando la voce.
Il gioco deU’illusione mi ha con¬
giunto a una creatura che non m’era
destinata. Ella è un’anima d’un pre¬
gio inestimabile, dinanzi a cui mi
ATTO SECONDO, SCENA PRIMA 91
prostro e adoro. Ma io non scolpisco
le anime. Ella non m’era destinata.
Quando mi apparve l’altra, io pen¬
sai a tutti i blocchi di marmo con¬
tenuti nelle cave delle montagne
lontane, per la volontà di fermare
in ciascuno un suo gesto.
Cosmo Dalbo.
Ma tu hai già obbedito al coman¬
damento della Natura, generando il
capolavoro. Quando vidi la tua sta¬
tua, pensai ch’ella ti fosse libera¬
trice. Tu hai perpetuato in tipo
ideale e incorruttibile un esemplare
caduco della specie. Non sei dunque
pago ?
Lucio Settala, accendendosi.
Mille statue, non una ! Ella è
sempre diversa, come una nuvola
che ti appare mutata d’attimo in at-
92
LA GIOCONDA
timo senza che tu la veda mutare.
Ogni moto del suo corpo distrugge
un’armonia e ne crea un’altra più
bella. Tu la preghi che si arresti,
che rimanga immobile; e a traverso
tutta la sua immobilità passa un
torrente di forze oscure come i pen¬
sieri passano negli occhi. Comprendi?
Comprendi ? La vita degli occhi è
lo sguardo, questa cosa indicibile,
più espressiva d’ogni parola, d’ogni
suono, infinitamente profonda e pure
istantanea come il baleno, più rapida
ancora del baleno, innumerevole, on¬
nipossente: insomma lo sguardo. Ora
imagina diffusa su tutto il corpo di
lei la vita dello sguardo. Comprendi?
Un battito di palpebre ti trasfigura
un viso umano e ti esprime una
immensità di gioia o di dolore. Le
ciglia della creatura che ami si ab-
ATTO SECONDO, SCENA PRIMA 93
bassano: Tombra ti cercliia come un
fiume un’isola; si sollevano: rincen-
dio dell’estate brucia il mondo. Un
battito ancora: la tua anima si dis¬
solve come una goccia; ancora: tu
ti credi il re dell’ Universo. Ima-
gina questo mistero su tutto il suo
corpo! Imagina per tutte le sue mem¬
bra, dalla fronte al tallone, questo
apparire di vite fulminee! Potrai tu
scolpire lo sguardo ? Gli Antichi ac¬
cecarono le statue. Ora — imagina
— tutto il corpo di lei è come lo
sguardo.
Una pausa. Egli si guarda intorno
sospettoso, per tema d’essere udito.
Si accosta anche di più all’ amico,
che lo ascolta con una emozione cre¬
scente.
Te l’ho detto: mille statue, non
una. La sua bellezza vive in tutti
i marmi. Questo sentii, con un’an-
94
LA GIOCONDA
sietà fatta di rammarico e di fervore,
un giorno a Carrara, mentre ella
m’era accanto e guardavamo discen¬
dere dall’alpe quei grandi buoi ag¬
giogati die trascinano giù le carra
dei marmi. Un aspetto della sua per¬
fezione era chiuso per me in cia¬
scuno di quei massi informi. Mi pa¬
reva die si partissero da lei verso
il minerale bruto mille faville ani¬
matrici come da una torcia scossa.
Dovevamo scegliere un blocco. Ri¬
cordo: era una giornata serena. I
marmi deposti risplendevano al sole
come le nevi eterne. Udivamo di
tratto in tratto il rombo delle mine
die squarciavano le viscere alla mon¬
tagna taciturna. Non dimenticlierei
queir ora, anche se morissi un’altra
volta.... Ella si mise per mezzo a
queir adunazione di cubi bianchi, sof-
ATTO SECONDO, SCENA PRIMA
95
fermandosi dinanzi a ciascuno. Si
chinava, osservava attentamente la
grana, sembrava esplorarne le vene
interiori, esitava, sorrideva, passava
oltre. Ai miei occhi la sua veste
non la copriva. Una specie di affi¬
nità divina era tra la sua carne e
il marmo che chinandosi ella sfio¬
rava con l’alito. Un’aspirazione con¬
fusa pareva salire verso di lei da
quella bianchezza inerte. H vento,
il sole, la grandiosità dei monti, le
lunghe file dei buoi aggiogati, e la
curva antica dei gioghi, e lo stri¬
dore dei carri, e la nuvola che sa¬
liva dal Tirreno, e il volo altissimo
di un’aquila, tutte le apparenze esal¬
tavano il mio spirito in una poesia
senza confini, lo inebriavano d’ un
t
sogno che non ebbe mai l’eguale in
me.... Ah, Cosimo, Cosimo, io ho
96
LA GIOCONDA
osato gettare una vita su eui riluce
la gloria d’un tal ricordo! Quando
ella tese la mano sul marmo che
aveva scelto e volgendosi mi disse:
“ Questo „ , tutta l’alpe dalle radici
alle cime aspirò alla bellezza.
Un fervore straordinario riscalda
la sua voce e avviva il suo gesto.
Colui che lo ascolta ne è sedotto, e
ne dà segno.
Ah^ ora tu comprendi! Tu non
mi chiederai più se io sia pago.
Ora tu sai come debba essere fu¬
riosa la mia impazienza se penso
che in questo momento ella è là,
fsola, a piè della Sfinge, che mi
aspetta. Pensa: la sua statua è al¬
zata sopra di lei, immobile, immu¬
tabile, immune d’ogni miseria; ed
ella è là affannata, e la sua vita
fluisce, e qualche cosa di lei peri-
ATTO SECONDO, SCENA PlilMA
97
sce di continuo nel tempo. L^indur
gio è la morte.... Ma tu non sai, tu
non sai....
Ha l’accento di chi confida un segreto^
Cosimo Dalbo.
Che cosa?
Lucio Settala.
Tu non sai che io avevo già co¬
minciata un^altra statua...,
Cosimo Dalbo.
Un’ altra ?
Lucio Settala.
Si: rimasta interrotta, abbozzata
nella creta. La creta si dissecca, tutto
si perde.
Cosimo Dalbo.
Ebbene?
D’Annunzio, La Gioconda.
7
}
98 LA GIOCONDA
Lucio Settìua. • *
La credevo perduta.
. Un sorriso irresistibile gli brilla
negli occhi. La sua voce trema.
Non è pèrduta : è ancora viva.
L’ultimo tocco di pollice è là, an¬
cora vivo! . • , -
Egli fa l’atto di plasmare, istinti¬
vamente. ' '
Cosmo Dalbo,
‘ E come ?
0
Lucio Settala.
Ella sa ■ le cose “ dell’ arte, sa in
che modo la creta si mantenga molle.
M’aiutava, un tempo. Ella stessa.'
bagnava le tele....
Cosmo Dalbo.
Dunque ella pensava a tenere
umida la creta, mentre' tu morivi!
ATTO SECONDO, SCENA PKIMA 99
Lucio Settala.
Non era forse anche quello un
modo di contrastare la morte? Non
era anche quello un atto di fede,
ammirabile ? Ella conservava la mia
opera....
Cosimo Baldo.
Mentre l’altra conservava la tua
vita.
Lucio Settala, oscurandosi, tenendo la fronte
bassa , senza guardare 1’ amico , con una voce
quasi dura.
Quale ■ delle due cose ha mag¬
gior pregio? La vita ni’è intollera¬
bile, se mi fu resa gravata d’ un
divieto. Te l’ho .detto: bisognava
lasciarmi morire. Quale rinunzia può
eguagliare quella che io avevo fatta?
Soltanto la morte poteva arrestare
Timpeto del desiderio che conduce
100
la gioconda
fatalmente il mio essere verso il suo
bene. Ora io rivivo: riconosco in
me il medesimo uomo, la medesima
forza. Chi mi giudicherà, se prose¬
guo il mio destino?
Cosmo Dalbo, sgomentato, prendendolo per le
braccia', come per trattenerlo.
Ma che farai dun(][ue ? Hai già
risoluto ?
Percosso dallo sgomento subitaneo
che^è nella voce e nell’atto dell’a-
mico, Lucio si smarrisce, vacilla.
Lucio Settala, mettendosi nei capelli le mani
febrili.
Che farò? Che farò? Conosci tu
izn3j tortuTcì piu crudele? Io lio lu. ver*
tig-ine; comprendi? Se penso ch’ella
è là, e m alj^ende, e le ore passano,
e la mia forza si perde, e il mio ' ar¬
dore si consuma, la vertigine mi af¬
ferra l’anima, -ed ho paura d’essere
(
ATTO SESONDO, SCENA PRIMA 105
trascinato, forse stasera, forse do¬
mani. Sai tu che sia la vertigine ?
Ah, se potessi riaprirmi la ferita che
mi fu chiusa!
Cosimo Dalbo, cercando di trarlo verso la
finestra.
Càlmati , càlmati , Lucio ! Taci !
Wh parso di sentire la voce....
Lucio SettaLA, trasalendo.
Di Silvia?
Si copre d’iin pallore mortale.
Cosimo Dalbo.
Si. Càlmati! Hai la febbre.
Gli tocca la fronte. Lucio si ap¬
poggia al davanzale , quasi che 1©
forze lo abbandonino.
102
LA GIOCONDA
SCENA SECONDA.
Entra SILVIA SetTALA con PrANCESCA DoNL
Questa tiene un braccio intorno alla cintura della
sorella.
Silvia Settala.
I
Oh, Dalbo, siete ancora qui?
Ella non vede il viso di Lucio, cbe
è rivolto all’aria aperta.
Cosimo Dalbo, ricomponendosi, salutando Fran¬
cesca.
Lucio mi ha trattenuto....
Silvia Settala.
Aveva molte cose da dirvi?
ATTO SECONDO, SCENA SECpNDA
103
Cosimo Dalbo.
Ha sempre molte cose da dire,
troppe forse. E si stanca.
Silvia Settala.
Vi ha detto che sabato andremo
a Bocca d’Arno?
Cosimo Dalbo.
Si, lo so. ’
Feaiscesca Doni. '
Non siete mai stato a Bocca
d’Arno? • ‘ -
Cosimo Dalbo.
No, mai. Conosco la campagna
pisana, San RossorCj il Grombo, San
Pietro in Grado; ma non mi sono
mai spinto sino alla ' foce. So che la
spiaggia è bellissima.
Silvia ha lo sguardo fisso al ma¬
rito che rimane abbandonato sul da¬
vanzale, immobile.
104
LA GIOCONDA
Francesca Doni.
Deliziosa in questa stagione: una
spiaggia aperta, bassa, di sabbia
fina ; il mare, il fiume, il bosco ; To-
dore delle alghe, Todore della ragia;
i gabbiani, gli usignuoli.... Dovreste
fare molte visite a Lucio, mentre è là.
Cosimo Dalbo.
Certo.
Silvia Settala.
Potremo ospitarvi.
Ella si stacca dalla sorella e va
verso il marito, col suo passo leggero.
Francesca Doni.
Nostra madre ha là una casa
molto modesta, ma grande: una casa
bianca di dentro e di fuori, in una
macchia d’oleandri e di tamerici ; e
c’è una vecchia spinetta dell’Impero,
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA
105
appartenuta — imaginate a chi! —
a una sorella di Napoleone, alla du¬
chessa di Lucca, a quella terribile
e ossuta Elisa Baciocchi: una spi¬
netta che qualche volta si sveglia
e piange sotto le dita di Silvia; e
c’è anche una barca, se il ricordo
napoleonico non vi seduce, una bella
barca, bianca come la casa.
Silvia si sofferma in silenzio alle
spalle di Lucio, come sospesa. Egli
resta assorto.
Cosmo Dalbo.
Vivere in una barca, su l’acqua,
alla ventura: non v’è nulla che ri¬
posi di piti. Per settimane e setti¬
mane ho vissuto così.
Francesca Doni.
Bisogna mettere il convalescente
in una barca e affidarlo al buon mare.
106
LA GIOCONDA
Silvia Settala, toccando con un gesto lievis¬
simo la spalla del marito. •
Lucio !
Egli trasale e si volge.
Clic fai? Siamo (jui. C’è Fran¬
cesca.
Egli guarda in viso la moglie, ti¬
tubante; poi tenta di sorridere. .
Lucio Settata.
Sta per venir giù un rovescio
d’acqua. Aspettavo le prime goc¬
ciole: l’odore della terra....
Egli si inclina ancora verso la fi¬
nestra e tende all’aria la mano aperta;
che gli trema visibilmente.
Francesca Doni.
Aprile or piange or ride,
Lucio Settata.
Oh, Francesca, come state?
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA
107
Francesci Doni,
Bene. E voi, Lucio?
Lucio Settala,
Bene, bene.
Francesca Doni.
Si parte dunque sabato?
Lucio Settala, guardando la moglie, trasognato.
Per dove?
Francesca Doni.
Come! Per Bocca d’Arno.
Lucio Settala.
Ah sì, è vero. Ho il capo svanito.
Silvia Settala.
Non ti senti bene, oggi?
108
LA GIOCONDA
Lucio Settala..
Sì, sì, bene. Il tempo un poco
m’ uggisce; marni sento bene, assai
bene.
Neiraccerito con cui pronunzia le
semplici parole egli pone un eccesso
di dissimulazione che le rende strane
come quelle d’un uomo folle. È pa¬
lese che l’attenzione dei tre astanti
gli è divenuta intollerabile.
Tu vai via, Cosimo?
Cosimo Dalbo.
Sì, vado. È ora.
Egli s’accinge ad uscire.
Lucio Settala.
T’accompagno fino al cancello.
Si muove dalla finestra verso la
porta, sollecito.
Silvia Settala.
Così, a capo scoperto?
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA
109
Lucio Settala.
Sì, ho caldo. Non senti che aria
gravosa ?
Si sofferma su la soglia aspettando
l’amico. Un’acuta pena d’improvviso
punge i cuori, ammutolisce le labbra.
Cosimo Dalbo.
A rivederci.
Saluta turbato; esce con Lucio,
Silvia china il capo , con le ciglia
contratte, come chi consideri per ri¬
solvere. Poi sembra che un’onda su¬
bitanea di energia le sollevi la per¬
sóna.
Francesca Doni.
Hai veduto il Gaddi?
Silvia Settala.
Non ancora. Oggi non è venuto.
Francesca Doni.
Allora non sai....
no LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Che cosa?
Francesca Donl
Quel che lia, fatto.
Silvia . Settala.
No.
Francesca Doni.
È andato dalla Dianti.
Silvia Settala^ con una emozione contenuta.
Da colei! Quando?
Francesca Doni.
Ieri.
Silvia Settala.
E tu l’hai veduto?
Francesca Doni.
Sì, riio incontrato. Mi ha detto....
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA 111
SlLYIA SeTTALA.
Parla dunque!
PuANCESCA Doni.
Andò da lei ieri, verso le tre. Si
fece annunziare. Fu ricevuto subito.
Ella aveva l’aria sorridente; s’in¬
chinò, non disse una parola, restò
in piedi, aspettò che il vecchio par¬
lasse; l’ascoltò con rispetto, tran¬
quilla. Tu imagini quel che egli potè
dire per persuaderla a restituire la
chiave, a smettere ogni altro tenta¬
tivo, a non voler più turbare una
pace ricuperata coi sangue, e con
quanto dolore! Ella non gli chiese
alla fine se non questo : “ E Lucio
Settata che vi manda a me ? „ Alla
risposta negativa, soggiunse con un
tono fermissimo: '‘Vogliate perdo-
112
LA GIOCONDA
/■
narmi, ma io non posso riconoscere
se non a lui il diritto di chiedere
quel che voi mi chiedete. „
Silvia SettalAj impallidendo ed ergendosi
come per affrontare la lotta.
All, è la sua ultima parola? Eb¬
bene, c’è un’altra persona che ha un
diritto eguale e lo farà valere. Ve¬
dremo.
Francesca Foni, sbigottita.
Che pensi di fare, Silvia?
Silvia Settala.
Quel che è necessario.
Francesca Doni.
Che, dunque ?
Silvia Settala.
Vederla, mettermi di fronte a lei
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA
113
nel liiog’o stesso do v’ ella è un’ in¬
trusa. Intendi?
Francesca Doni.
Tu vuoi andare là!
Silvia Settala.
Sì, voglio andare là. So la sua
ora. Tu stessa la sai. L’aspetterò.
Ella verrà. Finalmente ci guarde¬
remo in viso.
Francesca Doni.
Ma non farai questo.
Silvia Settala.
Come no? Credi tu che mi man¬
chi il coraggio?
. Francesca Doni.
Ti supplico. Silvia!
Silvia Settala.
Credi tu che io tremi?
8
D’Annunzio, La Giocondo..
114
LA GIOCONDA
Francesca Doni.
Ti supplico !
Silvia Settala.
Oh, sii piir sicura che non io ab¬
basserò gli occhi, non io verrò meno.
Tu dovresti conoscermi ornai, per
più d’una prova.
Francesca Doni.
Lo so, lo so. Nulla ti vince. Ma
pensa; trovarti là dopo tanto, nel
luogo stesso dove avvenne Torribile
cosa, là, sola, di fronte a quella donna
che ti ha fatto tanto male....
Silvia Settala.
Ebbene? Che importa? Ho forse
una volta sola — una volta sola,
Francesca! — evitato di compiere
quel che m'è parso necessario? Di’
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA 115
' ■■■ ■ ' ■ - — - ■ -■ ■■■■■ - - - ^
tu: m’iiai veduta rifiutare qualche
peso? A quale tortura mi sono io
sottratta? Ben altre pene ho guar¬
date in faccia; e tu lo sai. Tu temi
che mi manchi il cuore di porre il
piede là dov’egdi cadde.... Ma io ebbi
cuore di vederlo allora, per la fes¬
sura dell’uscio, disteso sul suo letlo
di morte, e nessuno era dietro di me
a sorreggermi ; e, priiiia che mi fosse
permesso di accostarmi al suo ca¬
pezzale, passarono per le mie mani
i ferri del chirurgo e le fasce mac-
clìiate di sangue.
Francesca Doni.
Sì, sì, è vero: la tua forza ò
grande. Nulla ti vince. Ma pensa:
non è la stessa cosa.... Non è la
stessa cosa trovarsi là, all’ improv¬
viso, di fronte a una donna che non
116
LA GIOCONDA
conosci, capace di tutto come quella,
ostinata, impudente....
Silvia Settala.
Non temo di lei. Quel che ella fa
è basso. Perchè mi crede sommessa
e debole, ella si moiètra cosi audace ;
perchè tanto tempo sono rimasta in
silenzio e in disparte, ella pensa di
potermi sopraffaie anche una volta.
Ma s’inganna. Allora il mio bene era
perduto, ogni difesa era inutile. Ora
l’ho ricuperato, e lo difendo.
PiLAXCESCA Doni.
Mio Dio ! Tu ti getti in una lotta
a corpo a corpo. E se ella resiste?
Silvia Settala.
Resiste come? Ho il mio diritto
Saprò scacciarla.
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA
117
Feancesca Doni.
Silvia, Silvia, sorella mia, ti sup¬
plico: indugia ancora qualche giorno,
rifletti ancora un poco, prima di far
questo! Non precipitare!
Silvia Settala.
Ah, parli bene tu, tu che sei fe¬
lice, tu che sei sicura, tu che hai
la vita serena e nessuna minaccia
su la tua pace. Indugiare, riflettere!
jla sai tu a quale estremità io mi
ritrovi oggi? Sai tu per quale di¬
fesa io mi batta? Per il mio capo
e per quello di Beata, per resistenza,
per la luce degli occhi. Intendi ?
Non si ricomincia un supplizio dove
già tutti i nervi furono lacerati ,
dove già furono sperimentati tutti
gli strazii. Ho dato al dolore tutto
Ì18
LA GIOCONDA
quel che potevo dare; ho sentito il
ferro duro su la mìa nuca e ai miei
polsi: alla fine della mia giornata il
mio sonno era preso dall'orrore della
giornata seguente in cui bisognava
pur vivere e, per vivere, seguitare
a spremere il cuore che pareva esau¬
sto. Ah tu parli bene, tu! Quando
tu sorridi nella tua casa, il tuo sor¬
riso medesimo ritorna a te in cento
raggi come se tu vivessi nel cri¬
stallo. Per me il sorriso era una
pena di più; sotto, i denti si serra¬
vano; ma Beata non ha visto una
mìa lacrima. Per mantenere la pro¬
messa che è nel suo nome, quando
non v’era fibra in me che non si
torcesse, le mie mani verso di lei
avevano sempre qualche fiore.... Non
saprei più ricominciare. Vorrei piut¬
tosto andarmene , alla mia volta :
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA
119
trovare laggiù un po’ di spiaggia
deserta e coricarmi con Beata per¬
chè il mare ci prendesse.
Francesca Doni, gettando le braccia al collo
della sorella, baciandola in viso.
Che dici? Che dici? Tu non devi
più temere di nulla. Non ti ama?
Non hai riavuto tutto il suo amore?
Questo soltanto vale; e il resto è
nulla.
Silvia chiude gli occhi per alcuni
istanti , e C' illusione le illumina la
faccia.
Silvia Settala.
Sì, sì, ho riavuto il suo amore....
Sembra.... Come potrei dubitare di
quella voce? Quando non sono là,
mi chiama, mi cerca ; ha bisogno di
me; sembra che io debba guidare i
suoi passi....
Si scuote ; si scioglie dalle braccia
della sorella; è ripresa dall’ansietà.
120
LA GIOCONDA
Ma oggi... L’hai veduto? l’hai
^uaidato?... Og’g’i non è più come
ieri; è diverso.... Un mutamento su¬
bitaneo.... L’hai guardato tu quando
egli era là alla finestra, chino sul
davanzale? Hai udito il suono delle
sue parole? Hai veduto come gli
ti'emava il braccio quando l’ha steso
fuori? Ah dimmi che anche tu hai
sentito che qualche cosa accade, che
qualche cosa lo sconvolge.
Prais^cesca Doni.
È convalescente ancora. Pensa;
un nulla può turbarlo, l’aria, il
tempo....
Silvia Settala.
No, no ; non è questo. E non hai
veduto? Anche Cosimo Dalbo pa¬
reva che facesse uno sforzo per na¬
scondere un’ombra.... I miei occhi
non fallano.
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA '
121
Francesca Doni.
No, non pareva. Ha parlato con me.
Silvia Settala^ sempre più agitata.
Ma Lucio è disceso ad accompa¬
gnarlo e non è risalito ancora. 0
forse è passato dall’altra parte.
Va alla finestra, spia tra le cortine.
All, è ancora là, al cancello, die
parla, die parla.... Sembra fuori
di se....
Alza gli occhi al nuvolo.
Ora vien giù lo scroscio.
Spia di nuovo, intentissima.
Francesca Doni.
Chiamalo !
Silvia Settata, volgendosi, come incalzata da
un pensiero terribile.
Certo è così, certo è cosi.
122
LA GIOCONDA
Francesca Donl
Che pensi, ora ?
Silvia Settala, fermandosi, pronunziando' le
parole nettamente, risoluta ma pallidissima.
Lucio sa che colei lo aspetta.
Francesca Doni.
Lo sa ? Come ?
, Silvia Settala.
Non v’è dubbio, non v’è dubbio
Francesca Doni.
Tu r imagini.
Silvia Settala.
Lo sento; ne sono certa.
Francesca Doni.
Ma come ?
Silvia Settala.
Ma bisognava pure che questo- av-
1
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA 123
venisse; bisognava pure che un
giorno ella trovasse il modo. Come?
Forse una lettera.... Egli ha ricevuto
una lettera.
Francesca Donl
E tu non vigili !
Silvia Settala, con un atto di disdegno.
Anche questo ?
Francesca Doni.
Ma forse t’inganni.
Silvia Settala.
Non m’inganno. Dopo la visita
del vecchio, ella ha scritto. L’indu¬
gio ornai non è più possibile, nep¬
pure d’un giorno, neppure d’un’ora.
Tu comprendi il pericolo. Sia an¬
che tornato a me con tutta l’anima
124
LA GIOCONDA
sua, si sia anche distaccato da lei in¬
teramente, si sia anche volto a un’al¬
tra vita, a un altro bene, non senti
\
tu quale possa ancora essere il fa¬
scino di una donna che gli dice, osti¬
nata e sicura: “ Sono qui; aspetto?,,.
Sapere eh’ ella è là, che non un
giorno manca alla sua attesa, che
nulla può sconfidarla.... Comprendi
il pericolo ? Se Ducio ha saputo
stamani ch’ella lo aspetta, bisogna
ch’egli sappia stasera e dalla
mia bocca medesima — ch’ella non
lo aspetta più.
Ud’ energia indomabile afforza ed
eleva tutta la sua persona.
Questo saprà stasera; glie lo pro^
metto.
Ella tende la mano verso la fine¬
stra, col gesto di chi giura.
Vuoi accompagnarmi?
ATTO SEC0NI>0, SCENA- SECONDA
125
Francesca Doni, sbigottita, supplichevole.
Silvia, Silvia, rifletti ancora un
minuto! Pensa a quel che fai!
t
Silvia Settala.
Non ti chiedo aiuto. Ti chiedo
che tu m’accompagni soltanto fino
alla porta. Per il resto, basto io
sola; è necessario anzi che io ri¬
manga sola. Vuoi? Che ora è?
Si volge per guardar l’ora; va verso
la tavola.
Francesca Doni, arrestandola.
Ti supplico ! Dammi ascolto. Sil¬
via! Il cuore mi dice che non può
venir bene da quel che vuoi fare.
Dà ascolto alla tua sorella! Ti sup¬
plico !
J ,,
126
LA GIOCONDA
Silvia Settala, con un gesto d’insofferenza.
Ma non hai dunque ancora com¬
preso quel ch’io gioco in questo
momento? Lasciami. Vado sola.
Si china su la tavola, guarda l’ora.
Sono le quattro. Non ho un mi¬
nuto da perdere. Hai una vettura, giù?
La pioggia scroscia subitamente su
gli alberi del giardino.
Francesca Doni.
Non senti che rovescio d’acqua?
Non uscire! Rimanda tutto a do¬
mani. Vieni, ascolta.
Cerca di attirarla.
Aspetta almeno che spiova.
Silvia Settala.
Non ho un minuto da perdere.
Bisogna che io sia là, prima di lei;
/
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA 127,
bisogna eh’ ella mi trovi là come
nella mia casa. Intendi? Lasciami.
Sùbito il cappello, il mantello, i
guanti.... Giovanna!
Ella passa nella stanza attigua
chiamando la sua donna. Francesca
Doni, presa dallo sgomento, va verso
la finestra dove scroscia la pioggia.
Francesca Dori.
Mio Dio! Mio Dio!
Guarda nel giardino; chiama.
Lucio ! Lucio !
Torna verso la porta d’ond’è scom¬
parsa la sorella.
Silvia Settata, riapparendo, ansante.
Eccomi pronta. Ho lasciato là
Beata che piange. Voleva uscire con
me. Tu rimani, ti prego: va a con¬
solarla. Io esco sola. Prendo la tua
vettura. A rivederci.
Fa l’atto di baciare la sorella.
128
LA GIOCONDA
Francesca Doni.
Tu vai, dunque ? È risoluto ?
I
Silvia Settala.
Vado.
Francesca Donl
T’accompagno.
Silvia Settala.
Andiamo.
Involontariamente, ella si’ sofferma
e volge gli occhi in giro come per
abbracciare con uno sguardo tutte le
cose predilette. Le cortine palpitano;
k. pioggia scroscia. Ella aspira la fra¬
granza umida che entra per le fine¬
stre. Solo pei’ un attimo, l’arco teso
della sua volontà si allenta.
L’odore ‘ della terra....
Trasale vedendo apparire d’improv¬
viso, su la soglia ond’ ella sta per
uscire, Lucio febricitante , a capo
scoperto , con i capelli e gli abiti
molli di pioggia. Si guardano. Un in-
tervallo di silenzio gravissimo.
ATTO SECONDO, SCENA SECONDA
i29
Lucio Settala, con la voce rotta.
Tu esci ?
Silvia Settala. •
Sì, esco.
Lucio Settala.
Come sei pallida !
Silvia si passa una mano su la
gota.
Dove vai ? S’è aperto il cielo.
Egli si tocca i capelli stillanti.
Silvia Settala.
Bisogna ch’io esca. Non tarderò
molto a ritornare. C’è Beata di là,
che piange perchè voleva venire con
me. Va a consolarla dille che le
porterò forse una cosa bella.
Lucio con un atto repentino la
prende per le mani e la guarda fis¬
samente negli occhi.
D’Annunzio, La Gioconda.
9
130
LA GIOCONDA
Silvia Settala, padrona della sua forza, con
un accento chiaro e fermo.
Che hai, Lucio ?
Egli abbassa le palpebre. Ella li¬
bera le mani, scotendole forte come
per un saluto. La tempra della sua
volontà squilla nella sua voce vivida.
A rivederci ! Andiamo, Francesca.
È ora.
Esce rapidamente, seguita dalla so¬
rella. Lucio Settala rimane a capo
chino, vacillante, sotto un pensiero
che lo folgora.
ATTO TERZO.
Una stanza alta e spaziosa, illuminata da un
lucernario , coperta di tappezzerie cupe. Nella
parete del fondo è un’apertura rettangolare, as¬
sai più larga di una porta, che mette nello stu¬
dio attiguo dello scultore. Su 1’ architrave sono
fissi alcuni frammenti del fregio fidiaco delle Pa-
natenaiche; contro i due stipiti sono erette due
grandi figure alate “vestite di vento,,: la Nike
di Samotracia e quella scolpita da Pseonios per
il tempio dorico di Olimpia consacrato a Zeus;
occupa il vano una cortina rossa.
Nella parete destra, una porta è nascosta da
uaa portiera pesante e ricca; nella sinistra, un
uscioletto a muro è dissimulato dalla tappezzeria.
Amplissimi divani, coperti di drappi e di cuscini,
ricorrono in torno. Le figure sono disposte ad
ai'te, per secondare la meditazione e il sogno: un
fascio di spighe in un vaso di rame sta innanzi
ai bassorilievo eleusino di Demeter; un piccolo
Pegaso di bronzo su uno stelo di verde antico
sta innanzi alla Medusa Ludovisia.
Il sentimento espresso dall’aspetto del luogo è
diversissimo da quello che addolcisce la stanza
dell’ altra casa in vista del poggio mistico. La
scelta e le analogie di tutte le forme rivelano
qui l’aspirazione verso una vita carnale, vitto¬
riosa e creatrice. Le due Messaggere divine sem¬
brano agitare e ampliare incessantemente l’aria
chiusa con la foga del loro volo immenso.
134
LA GIOCONDA
SCENA PRIMA,
Silvia Settala è nel mezzo della stanza ,
in piedi, avendo già deposto il cappello, il man¬
tello, i guanti. Sembra ch’ella cerchi di ricono¬
scere le cose, quasi di rendersele novamente fa¬
miliari, di ristabilire una comunione con esse,
di non sentirsi estranea. Ella domina la sua an¬
goscia, sotto gli occhi della sorella. PeancesCA
Doni s’è seduta, perchè le ginocchia le tremano
e il cuore le batte troppo forte.
Silvia Settala, guardando intorno.
E strano: sembra più grande....
Francesca Doni.
Che cosa?
ATTO TERZO, SCENA PRIMA 135
Silvia Settala.
La stanza. Non sembra più la
stessa....
Ella guarda intorno, con l’aspetto
di chi respiri un’aria insolita. Un in¬
tervallo di silenzio.
Francesca Doni, vigilante.
«
Hai chiusa la porta?
Silvia Settala.
Sì, Tho chiusa.
Francesca Doni.
Si sentirà aprire....
Silvia Settala.
Hai paura? Non è Fora. Fra un
minuto, vattene.
Francesca Doni.
Dove?
136
LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Vuoi aspettarmi nella vettura? su
la strada?
Francesca Doni.
. No, è impossitìle. Vorrei rimaner
qui, stare più vicina.... Se potessi
nascondermi !
Silvia Settala.
Nasconderti, qui? No. Bisogna ch’io
sia sola.
Francesca Doni.
Abbi pietà di me! Morrei d’am¬
bascia.
Silvia Settala.
Attendi. Ci dev’essere là un’uscita
segreta.
Seguendo il ricordo , va verso il
muro dov’è l’uscio dissimulato; cerca,
trova, apre. Un’ onda di luce la in¬
veste.
137
ATTO TEEZO, SCENA PRIMA
Vedi? Si passa di qui nella stanza
dei modelli, poi in un corridoio. In
fondo al corridoio v’è una porta che
mette sul Mugnone. Vuoi passare
di qui?
Francesca Doni.
Sì; ma lascia ch’io rimanga nella
stanza o nel corridoio, ad aspettare.
Aspetterò che tu mi chiami.
Silvia Settata.
Certo, aspetterai ch’io ti chiami?
Francesca Doni.
Sì, te lo prometto.
Silvia Settata.
Non aver paura. Vedi? C’è.il sole
su le vetrate.
Entrambe guardano per l’uscio se¬
miaperto. Il chiarore interno illumina
i loi'o volti. Una striscia luminosa si
allunga sul pavimento.
138
LA GIOCONDA
Francesca Doni.
Non piove piti. Guarda quante pri¬
mavere su l’argine !
Silvia Settala.
Va ad aspettarmi su l’argine, al¬
l’aria aperta: va.
Francesca Doni.
C’è un povero cavallo malato, con
le gambe nell’ acqua. Vedi? E le
rondini volano rasente.... Penso una
cosa.
Ella trasale e si volge subitamente
indietro spiando le pieghe immobili
della portiera.
Silvia Settala.
Che hai?
Francesca Doni.
Mi pareva d’aver sentito....
Entrambe tendono F orecchio.
ATTO TERZO, SCENA PRIMA
139
Silvia Settala.
No, t’inganni. È ancora presto.
E poi, la porta della scala fa un
gran rumore quando si ricliiiide....
Non hai sentito dianzi? Le mura tre¬
mavano.
Francesca Doni, implorando.
Silvia !
Silvia Settala.
Che hai, ora?
Francesca Doni.
Ascoltami. Sei ancora in tempo.
Vieni via, vieni via, almeno per oggi!
Fa una prova, almeno. Ella saprà
che tu sei stata qui. Parleremo di
nuovo col custode. Tu dovresti anzi
lasciar qui qualche segno, dimenti¬
care un guanto, per esempio.... Ella
comprenderà, non tornerà piu.
140
LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Basterà un guanto ? Ah come tutto
è facile pel tuo cuore !
Ella guarda novamente in giro ,
con una segreta disperazione.
Non c’è piti nulla di me, qui.
La sorella rimane presso 1’ uscio
semichiuso, con la persona illuminata
a metà dal riflesso vivo. Silvia dà
qualche passo nella stanza. Un inter¬
vallo di silenzio.
Tutto sembra più grande, più alto,
più oscuro....
Francesca Doni.
E l’ombra che t’illude. C’è poca
luce. Bisogna tirare la tenda del lu¬
cernario.
Silvia Settala.
No; meglio così.
Ella seguita a guardare per ogni
angolo, come cercando una traccia.
ATTO TERZO, SCATTA PRIMA 141
Dimmi....
L’emozione le tronca la voce.
Quella sera ti vennero a chiamare,
tu accorresti. Tu ti trovasti qui, nella
prima ora....
Esita.
Dove fu ? Ti ricordi in che posto ?
Francesca Doni.
Di là, nello studio, sotto la sta¬
tua.... No, non andare!
Silvia si volge verso la cortina
rossa che pende tra le due Vittorie.
Ai suoi piedi, come una linea divi¬
siva, si allunga la sottile zona di sole.
Silvia Settala, sommessamente.
La statua è là.
Francesca Doni.
Non andare!
Silvia rimane per alcuni attimi
immobile e muta davanti alla cor¬
tina chiusa, da cui la separa la zona
lucente.
142
LA GIOCONDA
Non andare !
Silvia fa un passo, di là dai raggi,
quasi con impeto, come per varcare
un ostacolo; con un gesto rapido
solleva un lembo , s’ insinua tra le
pieghe , sparisce. La cortina si ri¬
chiude dietro di lei, grave e folta.
Alcuni attimi di silenzio, in cui non
s’ode se non il respiro affannato della
sorella. D’ improvviso , per entro al
cupo colore di porpora , riappare la
faccia pallidissima dell’ eroina , che
sembra irradiata dal lume dell’opera
sovrana. Anche le sue mani ignude,
che separano i lembi , sembrano ri¬
splendere sul cupo colore. 1 suoi oc¬
chi restano intenti , allargati dalla
meraviglia, abbagliati non da una
visione di morte ma da una imagine
di vita perfetta. Trema nelle orbite
l’indizio d’ un’onda saliente. Due me¬
ravigliose lacrime si formano -a poco
a poco nel cavo, brillano, sgorgano,
solcano le gote. Prima che giungano
alla bo'cca, -élla le arresta con le dita,
le diffonde su la faccia, quasi per la¬
varsene come d’una rugiada lustrale ;
poiché non dal ricordo o dalla trac¬
cia del sanguinoso fatto umano ella
ATTO TERZO, SCENA PRIMA
143
è commossa ma dairapparizione del¬
l’opera bella, immune e sola. Ella ha
ricevuto il benefizio sommo della Bel¬
lezza: la tregua della sua angoscia,
la pausa dei suoi timori. La folgore
sublime della gioia ha traversata la
sua anima sanandola per qualche at¬
timo, rendendola cristallina come le
lacrime. Non sono queste sue lacrime
se non l’offerta ardente e muta del¬
l’anima al Capolavoro,
Silvia, Silvia, tu piangi !
Silvia Settala, sommessamente, col segno
del silenzio.
Taci.
Ella si distacca dalla cortina. In¬
terroga sommessamente.
LTai veduta? LTai veduta?
Francesca DoisU, fran tendendo, con uii
sussulto.
Chi? lei? È là?
SlLYlA SeTTALA
No; la statua....
144
LA G [OCX) NBA
La sorella accenna . di sì. Ella fa
un gesto che esprime il suo abba¬
gliamento. S’ ode il rumore d’ una
porta pesante che si richiude. En¬
trambe sobbalzano. .
Eccola! Vattene, vattene.
Fkancesca Doni, tendendo le braccia verso di
lei con un’ ultima implorazione angosciosa.
Oh, sorella mia !
Silvia Settala, ritrovando l’energia primitiva.
Vattene! Non temere.
Ella sospinge la sorella per l’aper¬
tura; richiude l’uscio. La zona di sole
sparisce; la stanza torna nell’ombra
eguale.
ATTO TERZO, SCENA SECONDA 145
SCENA SECONDA.
Silvia Settala si tiene in piedi, con la fac¬
cia rivolta verso la porta, con lo sguardo fisso ,
quasi irrigidita nell’ aspettazione. In mezzo al-
l’ alto silenzio s’ ode distintamente stridere la
chiave che apre. L’aspettante non muta attitu¬
dine. Una mano solleva la portiera. Entra GIO¬
CONDA Dianti, richiudendo la porta dietro di sè.
Da prima , ella non scorge 1’ avversaria , poiché
viene dalla luce nell’ombra e un velo denso le
nasconde tutto il viso. Quando la scorge, s’arre¬
sta con un grido soffocato. Entrambe rimangono
per alcuni attimi l’una di fronte all’altra, senza
parlare.
Silvia Settala, con un accento fermo e chiaro,
ma scevro di risentimento o di minaccia.
Io sono Silvia Settala.
La rivale tace, sempre velata. Una
pausa.
Voi?
D’Annunzio, La Gioconda.
10,
146
LA GIOgONXiA
Gioconda Dianti, a voce bassa.
Non lo sapete, signora ?
Silvia Settala, sempre contenendosi.
So soltanto che voi siete entrata
qui come in un luogo che vi appar¬
tenga. Mi trovate qui sicura come
nella mia casa. Una di noi due
usurpa, dunque, il diritto dell’altra;
una di noi due è l’intrusa. Quale?
Una pausa.
Io,, forse?
Gioconda Dianti, sempre chiusa nel velo e a
voce bassa, come per attenuare la sua audacia.
Forse.
Silvia Settala si fa anche più pal¬
lida e vacilla un poco, come chi ri¬
ceva un colpo a dentro.
Silvia Settala, risollevandosi, vibrante di
sdegno.
Ebbene, v’è una donna die ha
ATTO TERZO, SCENA SECONDA
147
attirato un uomo nella sua rete con
le peggiori lusinghe; che lo ha strap¬
pato alla pace della casa, alla no¬
biltà dell’arte, alla gentilezza di un
sogno da lui nutrito per anni col
fiore della sua forza; che lo ha tra¬
volto in un delirio torbido e violento
*
dov’egli ha smarrito ogni senso di
bontà e di giustizia; che gli ha in¬
flitto i tormenti piu acuti che possa
mai inventare la crudeltà d’un car¬
nefice malato di tedio ; che lo ha
esausto e inaridito tenendogli accesa
di continuo nelle vene una febbre
perversa; che gli ha resa intollera¬
bile la vita, che gli lia armata la
mano, che lo ha spinto a uccidersi;
che infine lo ha saputo moribondo
per giorni e giorni sopra un letto
lontano, intorno a cui si combatteva
una lotta senza tregua contro la
148
LA GIOCONDA
morte; e che non ha avuto rimorso,
non pietà, non vergogna, ma è rien¬
trata nel luogo sinistro prima che
il sangue fosse lavato, meditando di
riattaccarsi alla preda, aspettandola
di nuovo al varco, calcolando a uno
a uno gli effetti della sua temerità
e della sua tenacia, promettendosi
il piacere di una nuova mina. V’è
una donna che ha fatto questo; che
ha detto : — Una forte e nobile
vita fioriva liberamente nel mondo:
io l’ho abbrancata, l’ho piegata, l’ho
abbassata, poi l’ho troncata d’ un
colpo. Ho creduto di averla distrutta
per sempre. Ed* ecco che essa ri¬
germoglia, si rinnova, si rialza, può
rifiorire! Ecco che intorno a lei le
ferite si chiudono, il dolore si calma,
la speranza risorge, può sorridere
la gioia! Patirò io un tal sopruso?
ATTO TEKZO, SCENA SECONDA 149
Mi lascerò io così deludere ? No. Io
ricomincerò, ritenterò, avrò ragione
d’ogni resistenza, sarò implacabile.
— V’è una donna che ha promesso
questo a se medesima, che ha im¬
pugnata la sua volontà come uha'
scure, che è pronta a vibrare i nuovi
colpi sorridendo. La conoscete voi?
Ella è entrata qui col viso coperto,
ha parlato con una voce sorda, ha
proferito dianzi una parola gelida,
calcolando pur sempre su la sua
audacia e su l’altrui remissione. La
conoscete ?
Gioconda DiaNTI, senza mutare il modo.
Quella che io conosco è diversa.
Soltanto perchè è triste dinanzi a
voi , ella parla a voce bassa. Ri¬
spetta il grande e doloroso amore
che vi fa vivere ; ammira la virtù.
150
LA GIOCONDA
die v’inalza. Mentre parlavate, com¬
prendeva bene che soltanto per con¬
solare un’ indicibile disperazione la
vostra parola figurava un’imagine
cosi diversa della persona vera. Non
v’ è nulla d’ implacabile in lei ; ma
ella stessa obbedisce a una potenza
che può essere implacabile.
Silvia SettaLA, amara e altiera.
%
So che siete esperta in tutti i lin¬
guaggi.
Gioconda Diantl
Che giova questa durezza ? Le vo¬
stre prime parole avevano un altro
suono; e pareva, quando voi mi avete
rivolta una domanda, che voleste co¬
noscere semplicemente la verità.
Silvia Settala.
E quale è dunque la vostra verità?
atto terzo, scena seconda 151
Gioconda Diantì.
La verità che vale, dinanzi a noi,
è una sola: verità d’amore. Voi lo
sapete. Ma temo di ferire.
Silvia Gettala. *
Non temete di ferire. .
Gioconda Diantì.
La donna, a cui faceste tante ac¬
cuse, fu ardentemente amata e —
soffrite ch’io lo dica! — d’un glo¬
rioso amore. Ella non abbassò ma
esaltò una vita forte. E poiché l’ul¬
tima voce ch’ella udì, poche ore pri¬
ma che si compiesse l’atto terribile,
l’ultima fu di amore, ella crede d’es¬
sere ancora amata. E questa è la
verità che vale.-
Silvia Gettala, perdutamente.
S’inganna, s’inganna..*. V’ingan-
152
LA GIOCONDA
nate! Egli non vi ama più, non vi
ama più ; forse non vi ha amata mai.
Non fu amore il suo ma attossica-
zione, ma servitù atroce, demenza
e arsura. Quando egli soffriva sul
’ suo guanciale , il ricordo gli pas¬
sava di tratto in tratto negli occhi
come un baleno di terrore. Piangendo
ai miei piedi, egli ha benedetto il
sangue che è valso a riscattarlo....
Non vi ama, non vi ama !
Gioconda Dianti.
H vostro amore grida come un nau¬
frago.
Silvia Settala.
Non vi ama! Siete stata per lui
come Fassillo, riavete reso furente,
l’avete spinto alla morte....
4
Gioconda Dianti.
Non io, non io l’ho Ipinto alla
ATTO TBKZO, SCENA SECONDA 153
morte ; ma voi stessa. Si, per riscat¬
tarsi da un vincolo egli ha voluto
morire, ma non da quello che mi le¬
gava a lui; da un altro, dal vostro,
da quello che gli imponeva la vostra
virtù 0 la vostra legge e che lo fa¬
ceva soffrire intollerabilmente.
Silvia Settala.
I
Ah, non v’è nulla che voi non osiate
travolgere ! Da lui, dalla sua bocca,
in un’ora in cui tutta la sua anima
era alzata nella luce, da lui io Fho
udito: — Se la violenza è valsa a
spezzare un giogo, sia benedetta ! —
Da lui io l’ho udito, quando tutta la
sua anima si riapriva nella verità.
i
Gioconda Dianti.
Ma qui, poche ore prima ch’egli ce¬
desse all’orribile pensiero, qui — tutte
154
LA GIOCONDA
queste cose ne sono testimoni — egli
mi parlò le più ardenti e le più dolci
parole ch’ebbe il suo amore; qui mi
chiamò anche una volta vita della sua
vita; qui mi disse anche una volta il
suo sogno d’oblio, di libertà, di arte,
di gioia. E qui mi disse la sua in¬
sofferenza del legame, il peso inevi¬
tabile della bontà, più crudele d’ogni
altro, e l’orrore del supplizio coti-
diano, la ripugnanza a rientrare nella
casa del silenzio e delle lacrime, la ri¬
pugnanza ornai divenuta invincibile....
Silvia Settala.
No, no! Mentite.
Gioconda Di ante
Per sfuggire a queU’angoscia, una
sera che tutto gli parve più triste e
più muto, egli cercò la morte....
ATTO TEKZO, SCENA SECONDA 155
Silvia Settala.
Mentite! Mentite! Io ero lontana.
Gioconda Dianti.
E voi nìi accusate d’ avergli in¬
flitto un tormento infame, d’essere
stata il suo carnefice! Ah, le vostre
mani soltanto, le vostre mani di bontà
e di perdono, gli preparavano ogni
sera un letto di spine ove egli non
volle più distendersi. Ma, quando egli
entrava qui dove io l’attendeva come
si attende il dio che crea, era trasfigu¬
rato. Egli ritrovava dinanzi alla sua
opera la forza, la gioia, la fede. Sì,
una febbre continua gli ardeva il san¬
gue, tenuta accesa da me (e questo
è tutto il mio orgoglio); ma al fuoco
di quella febbre egli ha foggiato un
capolavoro.
Indica col gesto la sua statua
che la cortina nasconde.
166
LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Non è il primo ; non sarà rultinio.
Gioconda Dianti.
Certo, non sarà Fui timo ; poiché
un altro è pronto a balzare dal suo
viluppo di creta, un altro ha palpi¬
tato già sotto il pollice animatore,
un altro è là semivivo, e attende
d’attimo in attimo che il miracolo*
dell’arte lo tragga intero alla luce.
Ah voi non potete comprendere que¬
sta impazienza della materia a cui fu
promesso il dono della vita perfetta!
Silvia Settala si volge verso la
cortina; fa qualche passo, lentamente,
con l’apparenza d’un atto involonta¬
rio, quasi che obbedisca a un’attra¬
zione misteriosa.
È là; la creta è là. Quel primo
spiracolo ch’egli vi aveva infuso, io
ATTO TEEXO, SCENA SECONDA
157
riio conservato di giorno in giorno
come si bagna il solco dov’è il seme
profondo. Non Tlio lasciato perire.
L’impronta è là, intatta. L’ultimo
tocco, che vi pose la sua mano fe-
brile nell’ ultima ora , è là visi¬
bile, energico e fresco come di ieri,
tanto potente che la mia ‘speranza
in mezzo alla frenesia del dolore vi
si affisò come a . un suggello di vita
e ne prese forza.'
Silvia Settala s’ arresta dinanzi
alla cortina, come la prima volta; e
,vi rimane immobile e muta.
Sì, è vero, voi eravate intanto al
capezzale del moribondo, protesa in
una lotta senza tregua per strapparlo
alla morte; e per questo foste invi¬
diata, e per questo siate lodata in
eterno. Voi avevate la lotta, l’agi¬
tazione, lo sforzo: avevate da com-
158
LA GIOCONDA
piere qualche cosa che vi pareva
sovrumana e che vi dava Tebrezza.
Io, sotto il divieto, nella lontananza
e nella solitudine, non potevo se non
raccogliere é stringere — con tutta
la volontà contratta — il mio dolore
in un vóto. La mia fede era pari alla
vostra; certo, si collegò con la vo¬
stra contro la morte. L’ultima favilla
creatrice partita dal suo genio, dal
fuoco divino che è in lui, io non l’ho
lasciata estinguere , io l’ ho tenuta
sempre viva, con una vigilanza re¬
ligiosa e ininterrotta.... Ah, chi può
dire fin dove sia giunta la forza pre-
servatrice di un tal vóto?
•
Silvia Settala fa Patto di volgersi
con violenza, come per rispondere; ma
^i trattiene.
Lo so, lo so: è ben semplice e
facile quel che lo ho fatto; lo so: non
ATTO TEEZO, SCENA SECONDA
159
è uno sforzo eroico, è l’umile com¬
pito di un manovale. Ma non è l’atto
quel che importa. Quel che importa
è lo spirito con cui l’atto si compie;
quel che solo importa è il fervore.
Nulla è più sacro dell’opera che co¬
mincia a vivere. Se il sentimento con
cui io l’ho custodita può rivelarsi alla
vostra anima, andate e guardate ! Per¬
chè l’opera sèguiti a vivere è neces¬
saria la mia presenza visibile. Rico¬
noscendo questa necessità, voi com¬
prenderete come io nel rispondere
^ forse „ a una vostra domanda ho
voluto rispettare un dubbio che po¬
teva essere in voi ma che non era
in me, che non è in me. Voi non
potete sentirvi sicura qui come nella
vostra casa. Questa non è una casa.
Gli affetti familiari non hanno qui la
loro sede; le virtù domestiche non
160
LA SIOCONBA
hanno qui il loro sacrario. Questo è
un luogo fuori delle leggi e fuori dei
diritti comuni. Qui uno scultore fa
le sue statue. Vi sta egli solo con gli
strumenti della sua arte. Ora io non ,
sono se non uno strumento delFarte
sua. La Natura mi ha mandato verso
di lui per portargli un messaggio e
per servirlo. Obbedisco ; lo attendo
per servirlo ancora. S’egli ora en¬
trasse, potrebbe riprendere l’opera
interrotta che aveva incominciato a
vivere sotto le sue dita. Andate e
guardate !
Silvia Settala è rimasta dinanzi
alla cortina, senza avanzare. Un tre¬
mito sempre più forte le scuote la
persona, indizio della grande agita¬
zione interiore; mentre le parole della
rivale si fanno sempre più pronte e
stringenti, divenendo alla fine lim¬
pide e ostili. D’ improvviso ella si
volge, anelante, impetuosa, risoluta
alle difese estreme.
ATTO TBEZO, SCENA SECONDA 161
Silvia Gettala.
No. E inutile. Troppo abili pa¬
role. Voi siete esperta in tutti i lin¬
guaggi. Trasfigurate in un atto' di
amore e di fede quel che non è se
non un accorgimento e un’insidia.
L’opera che fu interrotta doveva.per-
dersi. Con la mano medesima che
aveva impresso nella creta il segno
di vita, con la mano medesima egli
strinse l’arma e la rivolse contro il
suo cuore. Egli non dubitò di met¬
tere tra sè e la sua opera il più
oscuro degli abissi. La morte è pas¬
sata di là, e ha reciso ogni legame.
Quel che fu interrotto sarà perduto.
Ora egli è rinato, è un uomo nuovo,
aspira ad altre conquiste. Nei suoi
occhi si è fatta una nuova luce; la
sua forza è impaziente di creare altre
D’Annunzio, La Gioconda.
11
162
LA GIOCONDA
forme. Tutto quel che è dietro di lui,
tutto quel che è di là dalFombra, non
ha più alcun potere e alcun pregio.
Che mai gii importa che una vec¬
chia creta cada in polvere ? Egli Fha
dimenticata. Ne troverà della più re¬
cente per infondervi il soffio della
sua rinascenza, per modellarla a ima-
gine deiridea che oggi l’ infiamma.
Giù, la vecchia creta ! Come potete
voi mostrarvi convinta d’esser neces¬
saria alla sua arte ? Nessuno è ne¬
cessario alFuomo che crea. Tutto con¬
verge in lui. Dite che la Natura vi
ha mandato verso di lui per portar¬
gli un messaggio. Ebbene egli lo ha
accolto, lo ha compreso ed ha rispo¬
sto con una espressione sublime. Che
altro potrebbe egli trarre da voi ? Che
altro potreste voi dargli ? Non è con¬
cesso toccare due volte il medesimo
ATTO TERZO, SCENA SECONDA . 163
vertice, compiere due volte il mede¬
simo prodigio. Voi siete rimasta di
là, di là dall’ ombra, lontana, sola, su
la vecchia terra. Egli va ora verso
le terre nuove, dove riceverà altri
messaggi. La sua forza sembra ver¬
gine, e la bellezza del mondo è in¬
finita.
Gioconda Dianti, sconvolta da queir inatteso
impeto che la respinge, divenendo più acre, esal¬
tando il suo orgoglio, assumendo un’aria di sfida.
Io sono viva e sono presente; ed
egli ha trovato in me piu d’un aspetto,
e mi inebriano ancora le parole ch’egli
diceva per significare la sua visione
diversa ogni mattina quando gli riap¬
parivo. Fino a ieri, certo, egli ha
ignorata la mia attesa ; e la sua in¬
consapevolezza vi ha illusa. Ma oggi
egli sa. Comprendete? Egli sa che
io sono qui, che io battendo. Sta-
164
LA GIOCONDA
mani una lettera glie lo ha rivelato,
una lettera che è giunta nelle sue
mani, ch’egli ha letta. E io sono
sicura, comprendete?, sono sicura
ch’egli verrà. Forse è in cammino,
forse è presso la porta. Volete che
lo attendiamo?
Una straordinaria mutazione altera
il volto di Silvia Settala. Sembra
che qualche cosa di insolito e di or¬
ribile accada entro di lei. Ella è
come chi a un tratto si senta affer¬
rare da una spira e si torca nel ri¬
brezzo e nel fascino serpentino, per¬
dutamente. La fatalità antica della
menzogna assale d’improvviso l’anima
della donna pura, la vince e la con¬
tamina. Alle ultime parole della ne¬
mica ella rompe in un riso inaspet¬
tato, amaro, atroce, provocatore, che
la rende irriconoscibile. Gioconda
Dianti ne rimane sopraffatta.
• Silvia Settala.
Basta, basta. Troppe parole. Il
ATTO TEEZO, SCENA SECONDA
^5
gioco è durato già troppo. Ali la vo¬
stra sicurezza, il vostro orgoglio! Ma
come avete potuto credere ch’io sia
venuta qui per contrastarvi la porta,
per vietarvi il passo, per mettermi
di fronte alla vostra audacia, senza
che una sicurezza ben piu salda della
vostra mi athdi? La conosco la vostra
lettera di stamani, mi fu mostrata,
non so se con piu stupore o con piu
disgusto.
Gioconda Dianti, sopraffatta.
No, non è possibile!
Silvia Settala.
Sì, così è. La risposta, io ve la
porto. Lucio Settala ha perduta la
memoria di quel che fu e chiede d’es¬
sere lasciato in pace. Egli spera che
il vostro orgoglio v’impedirà di di¬
venire importuna.
166
LA GIOCONDA
Gioconda Dianti, fuori di sè.
Egli vi manda? egli stesso? E
la sua risposta? la sua?
Silvia Settala.
La sua, la sua. Io vi avrei rispar¬
miata questa durezza, se non m’a¬
veste costretta. Vogliate ora uscire.
Gioconda Dianti^ con la voce rauca di collera
e di onta.
Sono scacciata?
Il furore la soffoca e le dà un fre¬
mito gagliardo. Sembra che si svegli
in lei la fiera vendicativa e devasta¬
trice. Pel suo corpo pieghevole e pos¬
sente passa quella forza medesima
che contrae le musculature micidiali
dei felini in agguato. Il velo, ch’ella
ha sempre tenuto sul volto come una
maschera fosca, rende più formida¬
bile l’attitudine della persona pronta
a nuocere in qualunque modo e con
qualunque arma.
ATrO TERZO, SCENA SECOJTDA
• 167
Scacciata?
Silvia Settala sta convulsa e livida
dinanzi alla donna furibonda; e non
lo spettacolo di quel furore la sbigot¬
tisce, ma qualche cosa ch’ella guarda
dentro di sè, qualche cosa di orribile
e d’irreparabile ; la sua menzogna.
Ah, a questo voi l’avete condotto!
In che modo? in che modo? Fascian¬
dogli di cotone l’ anima come la fe¬
rita? medicandogdiela con le vostre
mani molli ? Egli è disfatto, è finito,
è un cencio inutile. Comprendo; ora
comprendo. Povero lui ! Povero lui !
Ah, perchè non è morto , piuttosto
che sopravvivere all’ anima sua? Egli
è finito dunque ; è un povero men¬
tecatto che voi condurrete per mano
nelle strade solitarie. Tutto è di¬
strutto , tutto è perduto. La sita
fronte non si solleva piu, il suo oc¬
chio è spento....
168
LA GIOCONDA
Silvia Settala, interrompendola.
Tacete! Tacete! Egli è vivente
e forte, e non ebbe mai in sè tanta
luce. Dio sia lodato!
Gioconda Dianti, frenetica.
a
Non è vero. Io, io ero la sua forza,
la sua giovinezza, la sua luce. Di¬
teglielo ! Diteglielo ! Egli è divenuto
vecchio; da oggi è vecchio e fiacco
e senz’anima. Io porto via con me,
diteglielo!, tutto quel che era in lui
di piu libero, di più ardente e di
più fiero. Il sangue che versò là,
sotto la mia statua, fu l’ultimo san¬
gue della sua giovinezza. Quello che
voi gli avete rinfuso nel cuore è
senza fiamma, è debole, è vile. Di¬
teglielo ! Io porto via con me, oggi,
quel che fu la sua potenza e il suo
ATTO TERZO, SCENA SECONDA
169
orgoglio e la sua gioia e tutto. Egli
è finito. Diteglielo!
Il furore l’acceca e la soffoca. Sem¬
bra ch’ella sia invasa da una torbida
volontà distruttiva, come da un dè¬
mone. Tutto il suo essere si contrae
nel bisogno di compiere un atto im¬
mediato di distruzione. Un pensiero
subitaneo precipita quell’istinto verso
una mira.
E quella statua che è mia, che
m’ apiiartiene , ch’egli ha fatta con
la vita che ha spremuta da me a
stilla a stilla , quella statua che
è mia....
, > Ella si slancia con un balzo di
fiera verso la cortina chiusa, la sol¬
leva, passa oltre.
....ebbene, io la spezzerò, rabbat¬
terò !
Silvia Settala gitta un grido ac¬
correndo per impedire il delitto. En¬
trambe scompaiono dietro la cortina.
S’ode l’anelito d’una breve iDtta.
170
LA GIOCONDA
Silvia Settala, gridando.
No, no, non è vero, non è vero!
Ho mentito.
Copre le disperate parole lo stre¬
pito d’una massa che s’inclina e cade,
lo schianto della statua abbattuta;
a cui segue un nuovo grido lace¬
rante di Silvia che lo spasimo le trae
dalle viscere profonde.
ATTO TEEZO, SCENA TERZA
171
SCENA TERZA.
Francesca Doni appare , folle di terrore
correndo verso quel grido ch’ella riconosce; men¬
tre Gioconda Dianti si mostra fra le pieghe
della cortina, ancora velata , con l’attitudine di
chi abbia ucciso e cerchi lo scampo.
Francesca Doni.
Assassina ! Assassina !
Ella si piega a soccorrere la so¬
rella, mentre l’altra fugge.
Silvia, Silvia, sorella mia, sorella
mia! Cile t’iia fatto? che t’ha fatto?
Ah ! le mani, le mani....
La sua voce esprime l’orrore di chi
vede una cosa raccapricciante.
Ì72
• LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Portami via! Portami via!
Francesca Doni.
Mio Dio ! Mio Dio ! Ti son rima¬
ste sotto? Mio Dio! Ti si sono schiac¬
ciate.... L’acqua! L’acqua! Non c’è
nulla qui.... Aspetta!
Silvia Settala.
Ah che spasimo ! Non reggo ;
muoio. Portami via!
Ella appare, uscendo di tra le pie¬
ghe rosse, col viso indicibilmente con¬
vulso dallo spasimo ; mentre la so¬
rella curva le sostiene le due mani av¬
volte in un pezzo di tela umida — tolta
di su la creta — che s’insanguina.
Che spasimo ! Non reggo piu.
Ella sta pervenir meno; quand’ecco
si precipita nella stanza Lucio But¬
tala come un forsennato. Ella trasale,
fissando su di lui i suoi grandi occhi la¬
crimanti ove l’anima disperata muore.
Tu, tu, tu!
ATTO TERZO, SCENA TERZA
173
Francesca Doni , sostenendo sempre le due
povere mani schiacciate che inzuppano di sangue
la tela in cui è nascosto lo sfacelo immedicabile.
Reggetela! Reggetela! Ora cade....
Lucio Settala regge tra le sue
braccia la dolce creatura sanguinosa,
che sta per perdere la conoscenza.
Ma, prima di mancare, ella volge lo
sguardo semispento verso la cortina
come per accennare alla statua.
Silvia Settala, con la voce morente.
È.... salva.
ATTO QUARTO.
Una stanza terrena, tutta bianca, semplice, con
due pareti — che fanno angolo — quasi intera¬
mente aperte alla luce per un ordine di vetrate,
al modo di un tepidario. Le stoie sono alzate: a
traverso i cristalli si vedono gli oleandri, le ta¬
merici, i giunchi, i pini, le arene d’oro sparse d’al¬
ghe morte, il mare in calina sparso di vele latine,
la foce pacifica dell’Arno, di là dal fiume le mac¬
chie selvagge, del 'Gomho, le Cascine di San Ros¬
sore, le lontane montagne di Carrara marmifera.
Una porta, che conduce all’interno, è nella terza
parete. Da un lato della porta, su una mensola,
è la Donna dal mazzolino — la nota figura di
Andrea del Verrocchio — ospite nuova, venuta
dall’altra casa come una compagna fedele, le cui
belle mani sono pur sempre intatte , atteggiate
di grazia verso il cuore. Dall’altro lato è una vec¬
chia spinetta — del tempo di Elisa Baciocchh
duchessa di Lucca — con la cassa di legno scuro
intarsiata di legno chiaro, sorretta da piccole ca¬
riatidi dorate nello stile dell’Impero, con i- suoi
quattro pedali riuniti in forma di una cetra.
È un pomeriggio di settembre. Il sorriso del¬
l’Estate sparente sembra incantare tutte le cose.
Nella stanza solitaria è sensibile la presenza del¬
l’anima musicale che dorme in fondo allo stru¬
mento abbandonato, come se anch’esse le corde
rinchiuse fossero tocche dal ritmo che misura la
calma del mare vicino.
1 ^
D’Annunzio, La Gioconda.
175
gioconda
SCENA PRDIA.
.'MLVIa dettala appare su la stiglia, venendo
•iall interno ; si s^DS'eriiia: fa 'jTiaJche passo verso
le vetrate: gnaria la kntananza. guarda intorno
a sè. con occhi inànitamenre rrisri. Y' è nella
sna movenza qn^alche cosa di niaaohevole. che
suscita un'iinagine vaga d’ali tarpate, che dà il
sentimento vago d'una forza tiniiliata e tronca,
d’tiiìa EobCià awiliTA d* nn’ armonia rotta. Ella
jcrta ina veste ciaerizia alla cui esrreniità corre
nn piccolo orlo nero, come nn dio di Inno. Le
maniche lunghe nascondono i moncherini ch’ella
tiene distesi gin pe’ nanchi e talvolta serrati
contro, nn po in dietro, come per nasconderli
nelle pieghe, con nn moto doloroso di pudore.
Di inori tra gli oleandri folti, appare nna n-
g-ira femìnina — La Sieeaett.
la semcdaEza di nna fata e di una
in atto 'li chi spia. Elia s* insinua
— che ha
mendicante,
verso le ve¬
trate con nn passo furtivo . reggendo in nna
mano il lembo del grembinle ripieno di alghe, di
nicchi e di stelle marine.
ATTO QUAETO, SCENA PEOIA
179
Silvia Settala, scorgendola e andandole
in contro con un sorriso spontaneo impreveduto.
Oh, la Sirenetta! Vieni, vieni.
La SirEVETTA, avanzandosi fino ai cristalli.
Mi riconosci ?
Bimane di fuori , in modo che la
sua figura appare tra il luccichio dei
cristalli, i q^uali sembrano continuare
intorno a lei il tremito raggiante e
incessante delle grandi acque. È gio¬
vine, sottile, pieghevole ; ha i capelli
fulvi e scarmigliati , il volto d* un
color d’oro olivigno, i denti candidi
come 1’ osso della seppia , gli occhi
umidi e glauchi, il collo esile e lungo,
ornato d’una collana di conchiglie ,
in tutta la persona qualcosa d’indi-
cibilmente fresco e guizzante che fa
pensare a una creatura impregnata
di salsedine , emersa dalla mobilità
dei flutti , proveniente dai nascon¬
digli d’una scogliera. La sua gonna di
bordato bianco e turchino , lacera e
scolorita, scende poco più giù dei gi¬
nocchi , lasciando scoperte le gambe
180
LA GIOCONDA
ig’nude; il suo grembiule azzurrognolo
stilla e odora di salmastro come uiia
nassa; i suoi piedi scalzi, a contrasto
del color bruno che le ha dato il sole,
sono singolarmente pallidi come le ra¬
dici delle piante acquatiche. E la sua
voce è limpida e puerile ; e taluna
delle parole ch’ella proferisce sembra
rischiarare d’ una misteriosa felicità
il suo volto ingenuo.
Mi riconosci, signora bella ?
Silvia Settala.
Ti riconosco, ti riconosco.
La Sirenetta.
Mi riconosci ? Chi sono io ?
Silvia Settala.
Non sei la Sirenetta ?
La Sirenetta.
Si, tu m’hai riconosciuta. Quant’è
che sei rivenuta ?
ATTO QUARTO, SCENA PRIMA
181
Silvia Settala.
E poco.
La Sikenetta.
Tu rimani ?
Silvia Settala.
Per molto tempo ancora.
La Sirenetta.
Sino alFinverno, forse.
Silvia Settala.
Forse.
La Sirenetta.
E la tua figliuola ?
Silvia Settala.
Oggi l’aspetto. Verrà.
■ - La Sirenetta.
\
Beata! Non si chiama Beata?
182
LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Sì, Beata.
La Sirenetta.
Tu le hai messo quel nome ?
Beata, non Beatrice. Quand’era qui,
voleva da me ogni giorno le stelle:
le stelle di mare. Te Tha detto ?
Voleva sentirmi cantare. Te Tlia
detto ?
Silvia Settala.
Sì, me r ha detto. Si ricorda di
te. Ti vuol bene.
La Sirenetta.
Mi vuol bene? Lo so. Mi dava
ogni giorno il suo pane.
Silvia Settala.
Tu l’avrai ogni giorno, se vuoi.
Pane e companatico. Sirenetta, mat-
ATTO QUAETO, SCENA PEIMA 183
tìna e sera, quando ti piace. Ri¬
cordati.
La SlRENETTA.
Mattina e sera ti porterò ima
stella. Ne vuoi una? una bella? più
grande di una mano ?
Silvia Settala, turbata , con un
moto istintivo trae in dietro le braccia.
Silvia Settala.
No, no! Serbala a Beata.
La SiRENETTA, attonita.
Non la vuoi ?
Silvia Settala.
Dimmi piuttosto quel che fai della
\
tua vita ; dimmi la tua giornata. E
vero che tu parli con le sirene del
mare ? Dimmi, racconta. Sirenetta.
V
184
LA eHOCOKDA
La Sirenetta. '
Bravamo sette sorelle.
Ci specchiammo alle fontane:
eravamo tutte belle.
— Fiore di giunco non fa pane^
mora di macchia non fa vino,
filo d’erba non fa panno lino —
la madre disse alle sorelle.
Ci specchiammo alle fontana;
eravamo tutte belle.
La prima per filare
e voleva i fusi d’oro ;
la seconda per tramare
e voleva le spole d’oro ;
la terza per cucire
e voleva gli aghi d’oro ;
la quarta per imbandire
e voleva le coppe d’oro ;
la quinta per dormire
e voleva le coltri d’oro ;
la sesta per sognare
e voleva' i sogni d’oro ;
Tultima per cantare,
per cantare solamente,
e non voleva niente.
ATTO quarto, scena PRIMA
ras
Ella ride d’ un breve riso nitido
che sembra tintinnire su i suoi denti
. splendenti.
Ti piace questa storia?
Silvia Settala, presa dalla grazia di quella
semplice.
È già finita? Perchè non seguiti?
La Sirenetta.
Se tu ti siedi qui*, io t’addormento
come addormentavo la tua figliuola
su l’arena. Non hai sonno a que¬
st’ora? E buono il sonno, di set¬
tembre.
Settembre dall'altura
porta al piano la frescura
e l'Estate in sepoltura.
Amen.
Silvia Settala.
No. Seguita la tua storia. Sirenetta,
r
186
LA GIOCONDA
La Sirenetta.
L'oliva si fa scura
e la doglia si matura :
olio e pianto alla pressura.
Amen.
Silvia Settala.
Seguita la tua storia, Sirenetta.
La Sirenetta.
Dove siamo rimaste ?
Silvia Settala.
“ E non voleva niente ! „
Una pausa.
La Sirenetta.
All, ecco:
— Fiore di giunco non fa pane,
mora di macchia non fa vino,
filo d'erba non fa panno lino —
la madre disse alle sorelle.
Ci specchiammo alle fontane :
eravamo tutte belle.
ATTO QUAUTO, SCENA PRIMA
187
E la prima filò
torcendo il suo fuso e il suo cuore,
e la seconda tramò
una tela di dolore,
e la terza cucì
una camicia attossicata,
e la quarta imbandì
una mensa affatturata,
e la quinta dormì
nella coltre della morte,
e la sesta sognò
nelle braccia della morte.
Pianse la madre dolente,
pianse la mala sorte.
Ma Tultima, che cantò
per cantare per cantare
per cantare solamente,
ebbe la sorte bella.
Ella abbassa la voce, la fa segreta
e remota.
Le sirene del mare
la vollero per sorella.
Una pausa.
Silvia Settala.
Dunque è vero che tu parli con
le sirene ?
1B8
LA GIOCONDA
La Sirenetta, ponendosi l’indice sii la bocca.
Non dimandare !
Silvia Settala.
E vero die nessuno sa dove tu
dorma la notte?
La Sirenetta, col medesimo gesto.
Non dimandare.
Silvia Settala.
Vuoi tu che io ti dia ricetto, qui
nella casa? -
La SirenettA, fissandola in viso, come se non
avesse udita la domanda.
Tu hai gli occhi afflitti. Non sa¬
pevo che fosse la mia pena, quando
mi guardavi. Ora vedo l hai negli
occhi un gran dolore. Qualcuno t’è
morto.
Silvia Settala.
Tu sola mi consolerai !
ATTO (QUARTO, SCRINA PRIMA 189
La Sirenetta.
Chi t’ è morto ?
Silvia Settala.
Non . dimandare !
' La Sirenetta.
Ora ti vedo : tu non sei più quella.
Ho pensato a una rondine delFaltro
settembre, che non aveva più le sue
penne maestre e stava per annegarsi
nel mare. Che t’hanno fatto? Qual¬
che cosa di male t’è stato fatto.
Silvia Settala.
Non dimandare !
Istintivamente ella nasconde nelle
pieghe della veste i suoi moncherini,
con un moto doloroso che non sfugge
all’ indagine della creatura incante¬
vole. La quale, d’improvviso, come per
un accorgimento, lascia il lembo del
grembiule in modo che il suo piccolo
tesoro marino cade e si sparge sul
terreno.
190
LA GIOCONDA
La Sirenetta^ inclinandosi e scegliendo.
Vuoi una stella? una bella? più
grande di una mano ? Guarda !
Ella mostra alla mutilata una grande
asteria a cinque raggi.
Prendila! Te la dono.
La mutilata scuote il capo in segno
di diniego, serrando le labbra come
per ricacciare in giù il nodo che le
chiude la gola.
Non puoi? Hai le mani malate ?
fasciate ?
La mutilata accenna di sì col capo.
Le parole delhaltra si fanno tremule
di pietà.
Sei caduta nel fuoco? te le sei
bruciate ? Ti dolgono ancora ? o
stanno per guarire?
Silvia SetTALA, con una voce appena udibile.
Non le’lio più.
ATTO QUARTO, SCENA PRIMA
191
La SieenettAj sollevandosi sbigottita.
Non le hai piu! Te le hanno ta¬
gliate ? Sei monca ?
La mutilata accenna di sì col capo,
spaventevolmente pallida. L’altra rab¬
brividisce d’orrore.
No, no, no ! Non è vero.
Ella tiene gli occhi fissi alle pie¬
ghe dèlia veste ove la mutilata na¬
sconde i suoi tìioncherini.
Dimmi che non è vero.
Silvia Settala.
Non le ho piti.
La Sirenetta.
Perchè ? perchè ?
Silvia Settala.
Non dimandare !
192
LA GIOCONDA
La Sirenetta.
Ah, che cosa crudele!
Silvia Settala.
Le ho donate.
La Sirenetta.
Le hai donate ? A chi ?
Silvia Settala.
Al mio amore.
La Sirenetta.
Ah, che crudele amore! Com’erano
belle, com’erano belle ! Credi tu che
io non me ne ricordi? Te le ho ba¬
ciate; tante tante volte te le ho ba¬
ciate con questa bocca. Mi davano il
pane, una melagrana, una tazza di
latte.... Erano belle come se te le
’lTTO QUARTO, SGENA PRIMA
193
avesse fatte l’Alba con un fiato, bian¬
che come il fiore della maretta, piu
fini di quei ricami che fa il vento nel-
l’arena; si movevano come il sole
nell’acqua, favellavano meglio della
lingua e delle pupille, quello che di¬
cevano era come una parola benigna,
quello che prendevano per donare do-
ventava tutt’oro. Me ne ricordo: le
vedo, le vedo. Un giorno giocavano
con l’arena tiepida: l’arena passava
tra le dita come in un vaglietto e
si piacevano nel gioco ; e la Beata le
guardava e rideva; e io, che le guar¬
davo, avevo il medesimo piacere. Un
giorno sbucciavano un’arancia: e ne
fecero tanti spicchi, e a me ne toccò
imo ed era dolce come lin fiale. Un
giorno mettevano una fasciolina in¬
torno a un piede della piccola, che
piangeva perchè l’aveva pinzata un
D’Annunzio, La Gio(ton(ìa .
13
m
LA GIOCONDA
gamberello ; e il dolore subito cessò,
e la piccola si mise a correre per la
riva. Un giorno giocavano con que’
bei riccioli, e d’ogni ricciolo si face-
vano un anello per ogni dito, e poi
ricominciavano, e poi ricominciavano
ancora ; e la Beata si addormentò
con la rugiada in bocca....
Silvia Settala, soffocatamente.
Non dir più! Non dir più!
La Sirenetta.
Ah, che crudele amore!
Una pausa. Ella resta pensosa
E dove saranno? Lontane da te,
sole, nella terra, in fondo.... Le hanno
seppellite? Dove? In un bel giardino?
Una pausa. La mutilata tiene le
palpebre chiuse e appoggia il capo
al cristallo ove si riflette il tremolio'
del mare.
ATTO QUAKTO, SCENA PRIMA
19&
Le hai vedute portar via? Com’e¬
rano bianche! Le hanno intrise in
un balsamo forte. E gli anelli? Con
tutti gli anelli? Ne avevi uno con
una pietra verde, e uno con tre perle,
e uno intrecciato d’oro e di ferro, e
uno liscio, un cerchietto lucente, e
quello solo era airanulare.
Una pausa. Un’espressione indefi¬
nibile appare sul volto deUa muti¬
lata, mentre ella abbandona le brac¬
cia lungo i fianchi allentando la con¬
trattura.
Ci pensi? Le sogni? Se ti rifio¬
rissero calde....
La mutilata apre gli occhi e sob¬
balza, come chi si sveglia all’improv¬
viso. Le sue braccia sussultano.
Che hai?
Silvia Settala.
È strano: veramente qualche volta
mi par di riaverle, mi par di sentire
196
LA GIOCONDA
il sangue scendere alla punta delle
dita. Quando tu parlavi, le avevo....
erano più belle, Sirenetta.
La Sirenetta.
Più belle ?
Silvia Settala.
Tu mi consolerai. Sirenetta. Io
non posso prendere la tua stella, ma
posso guardare i tuoi occhi e udire
la tua voce. Stanimi vicina, ora che
t’ho ritrovata. Anch’io ti vorrei per
sorella.
La SirexVetta.
Vorrei darti le mie mani, se non
fossero tanto ruvide e scure
Silvia Settala.
Sono felici le tue mani : toccano
le foglie, i fiori, l’arena, l’acqua, le
pietre, i fanciulli, gli animali, tutte
ATTO QUARTO, SCENA PRIMA
197'
le cose innocenti. Tu sei felice, Si¬
renetta : la tua anima nasce ogni
mattina ; ora è piccola come una
perla e ora è grande come il mare.
Tu non hai nulla e hai tutto ; non
sai nulla e sai tutto....
,La SirekETTÀ, volgendosi a un tratto
e interrompendola.
Hai sentito la folata? Guarda,
guarda quante rondini sul mare !
Sono piu di mille : una nuvola viva.
Guarda come brillano ! Ora partono,
vanno a un gran viaggio, in una
terra distante; Tomhra cammina su
r acqua con loro ; qualche piuma
cade; si farà sera; incontreranno /le
barche in alto mare; vedranno i fuo¬
chi, udranno i canti dei marinai; i
marinai le guarderanno passare ; pas¬
seranno rasente alle vele; qualcuna
198
LA GIOCONDA
urterà, cadrà sul ponte stanca. Una
sera, una nuvola di rondini stan¬
che s’ahbatterà su una barca come
un passo di storni su le paretelle e
tutta la ricoprirà. I marinai non le
toccheranno. Non si moveranno, per
non spaventarle; non parleranno, per
lasciarle dormire. E, come ce ne sarà
anche sul ceppo dell’àncora e su la
barra del timone, per quella notte
la barca andrà alla ventura sotto
la luna. Ma all’alba.... Ah! Chi ti
chiama ?
Interrompe il sogno, udendo una
voce estranea tra gli oleandri; fa
l’atto di fuggire.
Addio, addio.
Silvia Settala, ansiosamente.
È mia sorella. Non fuggire, non
te n’andare, Sirenetta! Eimani qui
dintorno. Viene Beata.
ATTO (^UAETO^ SCENA SECONDA
199
La Sirenetta.
Addio, addio. Tornerò.
Fugge verso il mare, si dilegua
nell’azzurro e nel sole,
SCENA SECONDA.
Appare tra gli oleandri Prancesca Doni
seguita da LoRENZO Gaddi il vecchio.
Francesca Doni.
Vedi chi ti conduco?
Silvia Settala, ansiosamente.
E Beata? E Beata?
Francesca Doni.
Verrà fra poco. L’ho lasciata con
Faustina. Son venuta innanzi perchè
non t’arrivasse alFimprovviso....
20,0
LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Caro maestro, come vi sono grata!
Il vecchio fa l’atto istintivo di ten¬
dere le mani verso di lei. Ella s’in¬
china leggermente e gli offre la fronte,
ch’egli sfiora con le labbra.
Lorenzo Gaddi, dissimulando la sua
commozione.
Come sono felice io di rivedervi,
cara Silvia, e di rivedervi già sol¬
levata e sana ! Il mare vi giova. H
mare è pur sempre il gran consola¬
tore. Laggiù, al Forte dei Marmi, si
pensava molto a voi.
Silvia Settala. ^
Non è tanto lontano di qui il Forte
dei Marmi.
Lorenzo Gaddi, indicando i lidi remoti.
È laggiù, sotto Serravezza, di qua
4a Massa.
Guardano per le vetrate la lon¬
tananza. '
ATTO QUAKTO, SCENA SECaNDA
201
Francesca Doni.
Come si vedono bene oggi le mon¬
tagne di Carrara! Si possono con¬
tare le punte a una a una. Non mi
ricordo una giornata più limpida di
questa. Chi era con te, Silvia? La
Sirenetta? M’è parso di vederla fug¬
gire verso il mare. E poi, ecco la
sua traccia: alghe, nicchi, stelle ma¬
rine.
Ella indica il tesoro puerile sparso
a terra.
Silvia Settala.
Si, era qui con me, dianzi.
Lorenzo Gaddl
Chi è la Sirenetta?
Francesca Doni.
Una piccola pazza errante.
canto; una creatura di sogno e di ,
verità, che sembra uno spirito del ^
mare. La conoscerete e l’amerete con
me. Conoscendola, udendola parlare,
si comprendono molte cose profonde.
Certo, vi parrà perfetta : ella dà sem¬
pre e non chiede mai.
Lorenzo Gaddi.
Vi somiglia in questo.
Silvia Settala.
Ahimè, no. Avrei voluto e dovuto
somigliarle in questo; ma la luce mi
venne meno e cedetti alFinganno della
vita. Quale accecamento ! Tanto chiesi
che, per ottenercy mi ridussi perfino
a mentire: io! Ne esco mutilata, stron-
ATTO QUAETO, SCENA SECONDA
203
cata, per ammenda della menzogna.
Avevo tese le mani troppo violente- -
mente verso nn bene che m’era vie¬
tato dal destino. Non mi lagno, non
gemo. Poiché bisogna vivere, vivrò.
Forse un giorno la mia anima sarà
pacificata. Sentivo nascere in me que¬
sta speranza, ascoltando la voce di
quella creatura semplice e candida
che può insegnare le cose eterne. M’ha
detto che mi porterà una stella ogni
mattina.
Ella tenta di sorridere. La sorella
è rimasta presso le vetrate e sembra
intenta a guardare le montagne lon¬
tane; ma l’ombra della tristezza oc¬
cupa il suo viso mite.
Guardate là, maestro, la Donna
\
dal mazzolino. E venuta meco. Ora,
se • la guardo, ha qualche cosa di fu¬
nebre per me : tuttavia non ho saputo
distaccarmene. Vi ricordate, maestro,
204
LA GIOCONDA
di quel giorno d’aprilg? e della testa
inghirlandata?
Lorenzo Gaddi.
Mi ricordo, mi ricordo...»
Silvia Settata.
La vita nuova!
Lorenzo Gaudi.
In ogni cosa era un augurio.
Silvia Settata.
Quando vedo passare i cammelli
carichi di fascine , là , oltr’ Arno ,
nelle macchie del Gombo, ripenso al¬
l’arrivo di Cosimo Dalbo , all’ alle¬
grezza di quella sera, allo scarabeo
che io misi in mezzo a un fascio di
rose colte da Beata....
Si volge verso la sorella.
Oh,. Francesca, io parlo e il cuore
ATTO QUARTO, SCENA SECONDA
205
intanto mi fa così male die non re¬
sisto più. Dov’è Beata?
Francesca Doni, stretta dalla pena.
Vuoi dunque vederla ora? Sei
forte?
Silvia Settata.
Sì, sì, sono forte, sono pronta. L’in¬
dugio è peggiore.
Francesca Doni.
Allora vado, e te la conduco.
Silvia Settata, non riuscendo a contenere
l’ansietà.
Aspetta un minuto. Non rimanete
con noi qui, stasera, maestro? Sarei
contenta.
Lorenzo Gaddi.
Ebbene, sì, rimango.
206
LA GIOCONDA
Silvia Settala.
Possiamo ospitarvi. Faccio prepa¬
rare la vostra stanza. Aspetta, Fran¬
cesca, un minuto.
Ella è convulsa, non potendo più
dominare la sua ambascia. Ya verso
la porta con l’atto di chi corra a na¬
scondere un pianto che sia per ir¬
rompere.
Praa'cesca Doni.
Vuoi ch’io venga, Silvia?
Silvia Settala, con la voce soffocata.
No, no.
^ Scompare.
Francesca Doni.
Ah, che maledizione, che male¬
dizione 1 La vedete? Finché era nel
suo letto, sotto le sue coperte, fa¬
sciata, esangue, tutto l’orrore della
cosa non appariva. Ma ora che è
ATTO QUAKTO, SCENA SECONDA
207
in piedi, ora che si muove, cammina,
rivede le persone amiche, ritrova le
abitudini d’un tempo, si dispone ai
gesti che le erano famigdiari.... Pen¬
sate !
Lorenzo Gaddi.
Sì, è una sorte troppo atroce. Mi
ricordo ancora di quel che diceste
tanto teneramente, guardandola, in
quel giorno d’aprile. “ Sembra che
abbia le ali ! „ La bellezza e la leg¬
gerezza delle sue mani le davano
quell’aspetto di creatura alata. V’era
in lei una specie di fremito inces¬
sante. Ora sembra che si trascini....
Francesca Doni.
Ed è stato un sacrifizio inutile
come gli altri, non è valso a nulla,
non ha mutato nulla : ecco l’atrocità
della sorte. Se Lucio le fosse rima-
208
LA GflOCONDA
sto, credo ch’ella sarebbe contenta
di avergli potuto dare quest’iiltima
prova, d’ avergli potuto fare anche
il sacrifizio delle sue mani vive. Ma
ella conosce ornai tutta la verità,
nella sua crudezza.... Ab che infa¬
mia! Avreste mai potuto credere che
Lucio fosse capace di tanto? Dite.
Lorenzo Gaddi.
Anch’egli ha il suo fato, e gli
obbedisce. Come non fu padrone
della sua morte, così non è padrone
della sua vita. Lo vidi ieri. M’aveva
scritto al Forte dei Marmi per pre¬
garmi di salire alle Cave e di spe¬
dirgli un masso. Lo vidi ieri, nel
suo studio. Il suo viso è così scarno
che sembra debba divorarglielo il
fuoco degli occhi. Quando parla, si
eccita stranamente. Ne rimasi tur-
■ [ ATTO QUARTO, SCENA SECONDA 209
bato. Lavora, lavora, lavora, con
ana terribile furia: forse cerca di
sottrarsi a un pensiero che lo rode.
Francesca Doni.
La statua è ancora là ?
Lorenzo Gaddi.
È ancora là, senza braccia. L’ha
lasciata così: non ha voluto restau¬
rarla. Così, sul piedestallo, sembra
veramente un marmo antico, dissep¬
pellito in una delle Cicladi. Ha quah
che cosa di sacro e di tragico, dopo
la divina immolazione.
Francesca Doni, a bassa voce.
* E quella donna, la Gioconda,
era là?
Lorenzo Gaddi.
Era là, silenziosa. Quando uno la
guarda, e pensa ch’ella è causa di
D'Annunzio, La Gioconda.
210
LA gioconda
tanto male, veramente non può im¬
precare contro di lei nel suo cuore;
— no, non può, quando uno la guar¬
da.... Io non ho mai veduto in carne
mortale un così grande mistero.
Una pausa. Il vecchio e la mite
sorella rimangono in pensiero, per
qualche attimo, chinato il capo.
Francesca Doni, sospirando per l’angoscia
che l’opprime.
Mio Dio, mio Dio ! E intanto ora
dovrò condurre Beata alla madre, e
si rivedranno, dopo tanto ; e la pic¬
cola capirà la verità, saprà la cosa
orrenda.... Come nascondere, a lei
che si ricorda di tutte le carezze e
ne è folle! L’avete veduta, T avete
udita, dianzi....
Silvia Sbttala riappare su la so¬
glia. I suoi occhi sono arsi e tutta
la sua persona è contratta da uno
sforzo spasimoso.
ATTO QUARTO, SCENA SECONDA
211
Silvia Settala.
Eccomi, Francesca; sono pronta.
La stanza è già preparata, maestro,
se volete salire.
Lorenzo Gaddi, andando verso di lei con la
voce tremante di commozione.
Coraggio! E rultima prova.
Esce per la porta. La mutilata si
avanza verso la sorella, anelante.
Silvia Settala.
Orava, va! Conducila. Aspetto qui.
La sorella le cinge con le braccia
il collo e la bacia, in silenzio. Poi
esce dalla parte del mare, si allon¬
tana rapidamente tra gli oleandri.
212
LA GIOCONDA v
SCENA -.TERZA,
Silvia Settala^ anelante, guarda per mezzo
ai rami che il sole obliquo accende. È Torà esta¬
tica. Il giorno è più limpido che i cristalli della
stanza bianca; il mare è soave come il fiore del
lino, immobile così che le lunghe imagini delle
vele rispecchiate sembrano toccarne il fondo; il
fiume sembra generare quel gran riposo, versan¬
dovi l’onda perenne della sua pace; i boschi sa¬
lubri, tutti penetrati di fluido oro, si alleggeri¬
scono meravigliosamente, quasi che perdano le
radici per nuotare nella delizia del loro aroma;
le Alpi marmifere in lontananza segnano nel
cielo una linea di bellezza, in cui si rivela il
sogno che sorge dal loro chiuso popolo di sta¬
tue addormentate.
Kiappare in quel silenzio La SirEjS^ETTA e s’ode
la sua voce pura.
ATTO QUARTO, SCENA TERZA
213
La Sirenetta.
Sei sola?
Silvia Settala, affannata.
Sì, attendo.
La Sirenetta, accostandosi.
Hai pianto?
Silvia Settala.
Sì, un poco.
La Sirenetta, con infinita pietà.
Sembra che tu abbia pianto un
anno. Hai gli occhi bruciati. Troppo
ti duole il cuore.
Silvia Settala.
Taci. Non posso premermi il cuore.
Ella si stringe contro il tronco
dell’oleandro più vicino , convulsa ,
non potendo più sostenere lo spa¬
simo dell’attesa.
LA GIOCONDA
Ora viene, ora viene.
Ella si distacca dal tronco e ri¬
entra nella stanza , come presa dal
terrore, con 1’ atto di chi cerchi un
rifugio.
La voce di Beata, tra gli oleandri.
Mamma! Mamma!
La madre sussulta, si volge , spa¬
ventosamente pallida.
Mamma !
La figlia si slancia verso la ma¬
dre con un grido di gioia, tutt’ac-
cesa in viso, calda, con i capelli scom¬
posti , ansante come dopo una lunga
corsa, portando un fascio confuso di
fiori. Com’ ella si slancia , il fascio
cade. La mutilata si china verso le
piccole braccia che le avvinghiano il
collo; offre la faccia morente ai fu¬
riosi baci.
Silvia Settala.
Beata! Beata!
ATTO QUAETO, SCENA TEEZA 215
Beata, ansante.
All, quanto ho corso, quanto ho
corso ! Sono fuggita, sola. Ho corso,
ho corso..-.. Non volevano lasciarmi
venire. Ah, ma io sono fuggita, col
mio fascio di fiori.
Copre di nuovi baci il volto ma¬
terno.
Silvia Settala.
Sei tutta molle di sudore, sei tutta
calda, bruci.... Mio Dio!
Nell’ impeto della .tenerezza , ella
sta per fare il gesto istintivo di asciu¬
garla; ma si trattiene, nasconde nelle
pieghe della veste i suoi moncherini;
e un brivido di orrore, visibile, le tra¬
versa la persona.
Beata.
Perchè non mi prendi ? Perchè
216
LA GTOCO^'DA
non mi stringi? Prendimi! Prendimij
mamma !
Ella si solleva su la punta dei
piedi , per essere rapita dall’ abbrac¬
cio materno. La madre indietreggia,
perdutamente.
Silvia Settala.
Beata !
^ - Beata, incalzandola.
Non vuoi? Non vuoi?
Silvia Settala.
Beata!
Ella tenta di esprimere il sorriso
delle sue labbra smorte che torce l’in¬
dicibile dolore.
Beata.
Tu giochi? Che nascondi? Oh,
dammi, dammi quello che nascondi!
Silvia Settata.
Beata! Beata!
ATTO QUARTO', SCENA TERZA
217
Beata.
Io t’ho portati i fiori, tanti fiori.
Vedi? Vedi?
Nel volgersi per raccogliere il fa¬
scio caduto, ella scorge la sua amica
selvaggia ; la riconosce.
Oh, la Sirenetta! Sei là?
La Sie^:netta è là, davanti ai cri¬
stalli , diritta in piedi , muta testi¬
mone, con gli occhi fissi alla madre
dolorosa. Come il soffio iterato del
vento passa tra le frondi d’un arbu¬
sto e le fa tremolare, così il dolore
della madre sembra investire e pene¬
trare quell’ esile corpo a cui il sole
obliquo cinge le sue bande d’oro.
Vedi quanti? Tutti per te!*
La piccola raccoglie il suo fascio.
Tieni !
Si slancia ancora versi) la madre ,
che indietreggia.
Silvia Settala.
Beata ! Beata ! •
218
LA GIOCONDA
Beata^ attonita.
Non li vuoi? Prendi! Tieni!
Silvia Settata.
Beata !
Ella cade in ginoccliio, vinta dal
dolore , abbattuta come da un colpo
più forte, cade in ginocchio dinanzi
alla figlia sbigottita ; e un fiotto di
pianto, che sgorga dagli occhi come
il sangue da una ferita, le inonda la
faccia.
Beata.
Piangi? Piangi?
Sbigottita ella si getta contro il
seno della madre, con tutti i suoi fiori.
La Sirenetta, caduta anch’ella in
ginocchio, prona, tocca con la fronte
e con le palme distese la terra.
T E A O 2.
c(*)ncordanza;
Ed Elena, prestamente avvoltasi di
veli bianchi, usci dalla stanza nuziale pian¬
gendo; e lei seguivano due donne: Etre
figlia di Pitteo e Olimene dagli occhi bo¬
vini. Ed ecco, giunsero alle Porte Scee.
Priamo, Pantoo, Timet®, Lampo, Clitio,
Icetaone alunno di Ares, e Ucalegonte e
Antenore fior di saggezza entrambi, se¬
devano, vegliardi venerandi, sopra le Porte
Scee. E la vecchiaia li teneva lontani dalla
guerra; ma erano eglino agoreti eccellenti,
simili alle cicale che nei boschi appese a
un albero versano la lor voce melodiosa.
Tali erano i principi dei Troiani, seduti
in cima della torre. E, come videro Elena
che saliva verso di loro, dissero gli uni
agli altri sommessamente queste parole
alate: — Certo, È giusto che i Troiani e
gli Achei da' bei schinieri patiscano tanti
mali e da sì gran tempo, a cagione di una
tal donna; perocché ella somigli in sua
bellezza alle iddie immortali. „
. Iliade : raps. III.
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Pkezzo del peesente volume: Cc^nattro Lire.'
Ulti/ae Novità
NeirOttOCentO, "bI secolo XIX, di Ernesto
TnpOlitSDlSy di Bomeuico Tumlatl .... 3 50
Alessandro Iiuzio. Con note e documenti
mdZZlUi, inediti . 2 —
Istantanee, di Kodak. In formato bijou. ... 2 —
Alpes
prose e poesie alpine raccolte da Salvatore
) ÌBesso . . . 3 60
il problema religioso del nostro tempo,
opera postuma di Giulio Pisa
3 50
I primogeniti,
novelle di Antonio Beitramelli. 3 50
L’Idioma gentile, edizione . 3 50
Ne! Regno del Berfino,
nuovi bozzetti e racconti di
^ ediz, 3 50
discorso ai dìoryio Arcoleo, senatore
I 1 CllluoduU ul tò|ll9 del Regno. Seguito da alcune note
ci’ouologiche sulla vita di Crispi. Con un ritratto di Crispi,
il Monumento erettogli a Palermo e altre incisioni . 1 —
La Galleria dei Sempioiie, cona, professore al Regio
Politecnico di Milano. Con illustrazioni . 1 —
commedia in 3 atti di Giuseppe Gia-
PIU ione, posa. 3.^ edizione ....... 4 -
li Ponte del Paradiso, SSIL
Psicologia deli’ attenzione , di T. Ribot . 2 —
LcitOrG 3 FrSnCGSCS, di IVlarcelIo Prevost. . 2 —
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.